Scuola internazionale: un’opportunità per i figli non solo per la lingua

In molti sapranno che la frequenza pagata di una scuola internazionale per i figli, è spesso fra i benefit concessi dalle aziende ai loro dipendenti expat. Cosa che diventa di prassi quando si espatria in luoghi come la Cina o la Thailandia dove, sia nelle scuole pubbliche che in quelle private, la lingua base di insegnamento è quella ufficiale del paese, per esempio appunto cinese e thailandese, con solo qualche ora settimanale dedicata all’inglese. Frequentando queste scuole, i bambini avrebbero poi grosse difficoltà tornando in Italia o trasferendosi in altri paesi.

Pur avendo considerato subito questa come una grande opportunità per i miei bimbi per l’apprendimento della lingua inglese, non avevo però capito che c’erano altri fattori che avrebbero reso l’esperienza ancora più bella e costruttiva. Non tanto dal punto di vista accademico quanto da quello di formazione ed educazione dei miei figli. Parlo, in particolare, di insegnamento e trasmissione di valori importanti.
Se mi chiedessero infatti qual è secondo me la cosa più importante che i miei figli hanno imparato alla scuola internazionale io non avrei alcun dubbio: per i miei figli non esistono colori diversi di pelle. Certo sanno che si ha un colore di pelle diverso a seconda della zona di provenienza, ma per loro il colore in sé non ha alcuna importanza. E’ una caratteristica come un’altra. Sono abituati ad avere compagni che arrivano da tutte le nazioni, compagni che sono considerati tutti uguali nonostante abbiano un aspetto diverso e parlino inizialmente una lingua diversa.

La diversità alla scuola internazionale non è divisione, ma arricchimento.

Cinese, italiano e indianoIl proprio bagaglio culturale non viene messo da parte, ma si cerca di farlo convivere con il necessario adattamento agli usi e costumi della nazione ospitante. Ognuno deve essere giustamente rispettoso del paese in cui si trova e delle sue tradizioni, ma si cerca di mantenere vive anche le tradizioni del luogo di origine. Per esempio, celebrando anche feste di altre culture. E così alla scuola dei miei figli qui in Thailandia si festeggiano non solo le feste buddhiste, ma anche il Natale, il Capodanno Cinese, St. Patrick, St. Nicholas ( il Babbo Natale per i tedeschi che arriva il 6 dicembre) e perfino Halloween. Ogni bimbo partecipa qualunque sia il proprio credo. Perché in fondo, qualunque sia il proprio Dio, in ogni celebrazione si sottolinea sempre un valore importante che può essere condiviso anche da chi professa altre religioni. Per esempio durante il Songkran, una delle più importanti celebrazioni buddhiste che coincide con il Capodanno thailandese, ho assistito emozionata al lavaggio delle mani degli insegnanti da parte di tutti gli alunni, fatto in segno di rispetto e per ricevere in cambio la loro benedizione. Ed ho visto tutti partecipare con gioia e concentrazione.

Lavaggio delle maniL’appartenenza alla propria nazione viene invece celebrata ogni anno durante l'”International Day”, un’intera giornata dedicata a festeggiare tutti i paesi che hanno un rappresentante fra gli studenti. Nella nostra scuola sono presenti ben 37 nazioni! Le celebrazioni iniziano, come ogni giornata, tutti in piedi in silenzio a rendere omaggio al Re thailandese, ascoltando l’inno nazionale. Poi il momento più emozionante: la parata in cui tutti i paesi, a turno, sfilano in ordine alfabetico. Alunni, genitori ed insegnanti vestiti con i colori della propria bandiera o con un abito tipico nazionale. Tutti visibilmente fieri ed orgogliosi.

Parata di tutte le nazioniDurante il resto della giornata poi, continuano i piccoli eventi dedicati a celebrare la propria nazione: danze e canti tipici, piccole attività costituite da giochi o dalla costruzione di qualche oggetto rappresentativo dei vari paesi ed un grande picnic collettivo in cui ogni nazione offre pietanze tipiche.

Danza tradizionale ThaiE’ difficile spiegare come, le due parate a cui ho già partecipato, rappresentino i momenti della mia vita in cui io ho sentito maggiormente il patriottismo. Lontano migliaia di chilometri dall’Italia dove spesso, me compresa,  sentiamo di essere italiani solo durante i grandi eventi sportivi come Mondiali di calcio ed Olimpiadi. Forse è anche colpa di una società che non fa nulla per trasmetterci il senso di appartenenza alla propria nazione?

Le grandi celebrazioni annuali sono i momenti più salienti di questo approccio aperto alla diversità, ma anche il quotidiano scolastico è costellato da elementi che ricordano la diversità. Ci sono bandiere ovunque per esempio, nelle classi spesso con appese sotto le fotografie di ogni bambino. Durante l’anno accade che si invitino i bambini a portare a scuola il loro libro preferito nella lingua madre od oggetti tipici. Nello stesso tempo ogni giornata inizia con tutti gli alunni composti ed in piedi ad ascoltare l’inno nazionale thailandese.
Si cerca insomma di stimolare il patriottismo, ma evidenziando il fatto che, pur se tutti diversi per provenienza e cultura, gli alunni fanno parte di un’unica “community” costituita dalla scuola, dove tutti, indistintamente, hanno pari diritti e doveri. Dove il primo dovere di ognuno è proprio il rispetto degli altri ed il modalità di comportarsi più stimolata e richiesta è la gentilezza.

Vivendo questa atmosfera da vicino, sembra sinceramente che sia tutto facile e naturale, senza complicazioni. E’ inevitabile quindi chiedersi se questo modello non potrebbe essere possibile anche nelle scuole italiane dove sempre di più ormai si registra la presenza di  bimbi appartenenti ad altre culture. E dove da tempo esistono profonde diatribe sull’argomento come presenza del crocefisso nelle classi o possibilità di indossare il velo. Conflitti che non costituiscono di certo un buon esempio per i bambini. E’ così difficile trasformare la diversità in un’opportunità per arricchire la conoscenza dei nostri figli ed educarli al rispetto degli altri? La risposta che mi viene purtroppo è che spesso e volentieri è proprio la volontà che manca. Si è maggiormente preoccupati di proteggere i propri simboli e di rifiutare quelli degli altri anziché lavorare sull’accettazione reciproca.
Basterebbe una maggior apertura mentale sia da parte di chi accoglie sia da parte di chi viene accolto.
Basterebbe che ognuno avesse rispetto dei simboli e del credo degli altri.
Di una cosa sono certa: questi sono valori che una società deve inculcare nelle menti e negli animi dei bambini fin da piccoli in modo che per loro siano fatti naturali ed indiscutibili.

Per questo sono molto felice che i miei figli stiano vivendo questa esperienza in un ambiente dove questi valori vengono considerati importanti e primari.

Federica, Thailandia

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10 pensieri su “Scuola internazionale: un’opportunità per i figli non solo per la lingua

    • È proprio quello su cui mi interrogavo.Spesso si tende a dire che nelle scuole internazionali tutto è possibile perché hanno soldi da investire, ma in questo caso non è affatto una questione economica. Si tratta proprio di un diverso atteggiamento che indubbiamente stimola il rispetto per gli altri. È quindi, a mio avviso, applicabile ovunque.

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  1. Mi ha colpito la tua frase: “una società che non fa nulla per trasmetterci il senso di appartenenza alla propria nazione”. E penso inevitabilmente che ognuno di noi è parte della società, la società siamo noi… quindi forse ognuno di noi ha un po’ perso il senso di appartenenza all’Italia? Abbiamo perso di vista i valori che abbiamo in comune? Non lo so, me lo chiedo…

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    • Io temo Sabina che sia un po’ così purtroppo. Io stessa ho riscoperto parte del mio senso patriottico stando lontana. Sicuramente una parte di colpa ce l’ha l’individuo, ma dietro c’è anche una mancanza da parte delle istituzioni che poco fanno in tal senso. Spesso ci troviamo a sorridere per certe prassi che ci sono all’estero come l’alzabandiera giornaliero ed il canto dell’inno nazionale, ma forse faremmo meglio a chiederci se anche queste piccole cose servano proprio a far nascere nel cuore dei nostri piccoli il senso di appartenenza alla propria nazione.

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  2. Ciao! Grazie di essere passata da me e avermi anche segnalato questo post e questo blog. Piacere di conoscerti! Sei dall’altra parte del mondo ma bello vedere tanti parallelismi con l’esperienza dei miei bimbi qui in UK.. La nostra scuola è propriamente inglese eppure molto internazionale, sia x varietà degli studenti che per apertura negli studi. Quello che dici del colore della pelle è bellissimo e verissimo: per farmi capire chi fosse il suo compagno di cui mi parlava mia figlia mi ha detto “quello con gli occhiali rossi”. Per me sarebbe stato più ovvio dire quello con la pelle scurissima..! Forse davvero c’è speranza che i nostri figli costruiscano un mondo migliore.. Un abbraccio e alla prossima!

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