E’ più facile imparare il polacco

Ho smesso di guidare più o meno nella primavera del 2002: non ricordo esattamente l’ultima volta che attraversai Torino da Corso Francia a Corso San Maurizio con la Micra messami a disposizione dai miei per andare a lezione a Palazzo Nuovo, ma era un periodo di sole, portavo le canottierine di Frav e tenevo il finestrino già aperto. Forse i ciliegi di Spagna lungo i Murazzi erano fioriti, mi piaceva passarci andando in fondo a corso Vittorio e poi girare a sinistra facendo quel pezzo che costeggia il Po, con la vista sul Monte e la Gran Madre da un lato e dall’altro tutta Piazza Vittorio (un altro, non quello del corso).

Mia mamma e’ sempre stata una grande camminatrice e mi ha allenato bene fin da piccola, pero’ da quando avevo preso l’imprescindibile patente in quinta liceo, utilizzare la macchina per far su e giù tra casa e università era diventata una comodità che mi faceva sentire adulta anche se la alternavo sempre ai viaggi sul 13, sull’1 e sul 36.

I miei si trasferirono in Lombardia e io rimasi a Torino, diventando una  ‘fuori sede’ nella stessa città dove avevo vissuto dai due ai ventidue anni. Il vezzo e il disvezzo durano tre giorni, si dice, e dal momento in cui i portici di Torino diventarono la mia sola autostrada a piedi da e verso le mie provvisorie sistemazioni studentesche, non mi sono mai mancate le quattro ruote. Andare a piedi, andare in tram, andare in treno, mi ha sempre permesso di osservare così tante persone, luoghi, oggetti, o semplicemente di leggere, che per me ha sempre compensato ampiamente il tempo maggiore necessario agli spostamenti.

Finita l’università ho raggiunto i miei a Pavia e cominciando a gravitare su Milano, la Metropolitana entrò a far parte della mia vita. La Metropolitana di Milano è come un serial televisivo, i suoi passeggeri scandiscono il tempo degli episodi ciclici della città: la gente bella della Settimana della Moda, la gente design del Salone del Mobile, truppe di asiatici delle conventions e così via. I carri bestiame treni dei pendolari sono inferno, purgatorio e paradiso danteschi, dove iniziano e finiscono giornate belle e giornate brutte e tra quei sedili si creano rapporti di vicinato come nei villaggi. Si torna sempre a casa con una storia da raccontare, ascoltata o origliata.

E’ cominciata la mia vita di fidanzata a distanza: gli aerei low cost si sono aggiunti a tutti gli altri mezzi di trasporto, e pur non avendo mai perso la paura di volare, anche in aria  ho continuato a collezionare ispirazioni e storie, almeno finché non sono diventata una di tre e ora occupiamo tutta una fila io e le mie bambine. Sono andata a vivere all’estero e un po’ per opportunità economica, un po’ perchè comunque ero sempre in situazioni dove i trasporti pubblici erano funzionanti, ho continuato incessantemente ad andare a piedi tra palazzi Art Nouveau (Bruxelles) o sotto le Alpi (Ginevra e Francia vicina) o nel perfetto alternarsi di parchi, modernità e neoclassico del centro varsaviese: un valore aggiunto di panorami, umanità, stagioni e curiosità alle mie giornate.

Ho sempre sentito che per me vivere a piedi è una parte fondamentale del vivere, ma me ne sono resa conto in maniera assolutamente viscerale quando il Senator mi ha parlato di un’offerta di lavoro a Houston. Non c’ero mai stata ma sapevo cosa mi attendeva: un mondo dove case, palazzi, servizi, svaghi sono progettati in funzione di persone che si spostano con la propria auto fin dai quindici anni (l’età minima per ottenere una patente “limitata” in Texas) e fino ad allora sono trasportati in auto da chi si prende cura di loro. A meno che proprio non si sia così poveri da non poterselo permettere, e qui prima di rinunciare all’auto le persone rinunciano al cibo.

Inutile girarci intorno: prima ancora di arrivare qui, non ci dormivo la notte per l’ansia di vivere in un mondo dove non avrei potuto uscire a piedi ad ispirazione, vado e vedo un po’ che succede, non avrei potuto portare le mie bambine a piedi al parco giochi senza che si stancassero così tanto da non voler usare più i giochi una volta arrivate, non avrei potuto scoprire la città senza prima cercare su google map cosa mi serviva. Una volta arrivata qui, al mio dispiacere per queste limitazioni, si è aggiunta la paura di ritrovarmi a guidare dopo tanti anni, avendo anche la responsabilità della vita delle mie bambine sui sedili posteriori. Da un lato il cambio automatico rende più‘ semplice la guida, dall’altra la regola degli incroci coi quattro stop e dover controllare chi arriva o e già arrivato prima rimane ancora per me una fonte di stress. Sulle autostrade a mille corsie che si arrotolano come serpenti di traffico sopra Houston, non ho ancora avuto il coraggio di salire, stando io al volante, anche se questo allunga ancora ulteriormente i miei percorsi, in questa città da quattro milioni di abitanti e 70% delle costruzioni a massimo due piani.

Appena arrivata dovevo avere una valutazione della mia guida, richiesta dall’assicurazione dell’auto a noleggio a lungo termine. Ho rimandato la cosa per tre settimane, finché mi sono rassegnata: farsi otto km a piedi con due bambine e la spesa era un’impresa che ho portato a termine una volta, schiattando di acido lattico per due giorni successivi. L’istruttrice parlava ebonics, un dialetto americano tipico degli afroamericani, e io volevo solo frenare, spegnere l’auto e piangere: non volevo essere a Houston, non volevo guidare e non capivo assolutamente nulla nell’accento della gentilissima istruttrice, se non che mi chiamava Baby ogni due secondi, facendomi sentire ancora più impedita. Ciò nonostante, essendo di buon cuore, non m’ha segato senza appello e mi ha offerto una seconda chance di valutazione. Il giorno prefissato pioveva a dirotto e a Houston quando piovono due gocce si allaga tutto.

Vuoi che rimandiamo, baby?

No, ce la devo fare. Non posso farmi limitare dalle mie paure fino a questo punto, tutti guidano qui, ci devo riuscire anche io.

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Il magico asfalto houstoniano

Passata la valutazione, ho cominciato a guidare giornalmente l’autobus la macchina da madre di famiglia che mi e’ stata gentilmente assegnata per questo primo anno. Nonostante gli incoraggiamenti del Senator, la tensione che provavo al volante mi toglieva il respiro. La relocator mi scrisse per congratularsi per la valutazione della scuola guida e ricordarmi che avevo a disposizione otto lezioni di guida offerte dall’azienda. Intimorita dalla jungla del politicamente corretto che qua divide ed impera, mi sono fatta coraggio e le ho chiesto se potevano darmi come instructor qualcuno di diverso, perché avevo difficoltà di comprensione linguistica.

Una settimana dopo si presentò sotto casa mia una signora piccolina, molto rotonda, dal sorriso spiazzante e l’accento irlandese, Debbie.

Siamo salite in macchina e Debbie mi ha chiesto da dove venivo, cosa mi piaceva di Houston e quanto sarei rimasta.

Sono italiana, non mi piace nulla di qui e spero di andarmene prima possibile. E odio guidare.

Benissimo, ti porto a far colazione alla migliore panederia messicana di Houston: guida tu, sono solo quarantacinque minuti da qui.

Debbie ha praticamente nove vite come i gatti: è sopravvissuta alla leucemia di recente ma anche ad un mega incidente d’auto anni fa, perciò è obesa a causa degli steroidi e delle cure, ma prima era magra e fa molta attenzione a cosa mangia, infatti lei cucina latino perché sua mamma è messicana e suo papà irlandese e gli sono sempre stati antipatici gli inglesi per cui è buffo che ora sua sorella vive a Bath in Inghilterra mentre lei ha girato un po’ tutta l’Europa per cui capisce benissimo che per me Houston sia un trauma e mostrarmene qualche lato positivo diventa la sua missione concomitante all’insegnarmi a guidare.
Nel corso delle sue lezioni mi porta al mercado dove si comprano frutta e verdura direttamente arrivate fresche dal Messico, al supermercato coreano dove si trova la più grande varietà di pesce fresco, alle panederie a fare colazione, al negozietto di spezie e così via… è vedova ma il secondo marito lavora tra Houston e Kuwait, percio’ è, part time, mamma single dei due gemelli di quindici anni. E’ cattolica ma non radical, ha il porto d’armi e la pistola ma vota indipendente. E’ appassionata di Guerre Stellari e suo padre tuttora lavora come geofisico alla Nasa. Ah, ha anche un dottorato in Antropologia culturale e un paio d’altri masters. Ogni lezione di guida diventa una lezione di cultura, cucina e politica comparata. Imparo a fare le svolte a sinistra mentre apprendo tutti i pregi e difetti dell’Obamacare. Le due ore di guida a spasso con Debbie volano sempre, in auto con lei  è come ascoltare 180 passeggeri sul Ryan da Orio a Modlin tutti insieme. E questo è il trucco: lei ha capito quanto mi manchi il lato umano che l’utilizzo obbligatorio dell’auto per fare qualsiasi cosa mi sottrae, e fornendomene a palate mentre guido, non sono più triste e arrabbiata di essere qui e dover guidare questa maledetta auto. E perciò riesco a guidare senza tensione.

Ogni mese le amiche di fuso hanno una scadenza per il loro post successivo: a questo giro ho consegnato in gran ritardo perché ho tenuto queste parole in una bozza del mio computer, aspettando fino a ieri di sapere come andava a finire.

Mentre tornavo dall’aver lasciato le bimbe all’asilo, Debbie era gia’ pronta, in auto aveva due caffè nei bicchieroni di carta.

Quando siamo arrivate al Dipartimento di Pubblica Sicurezza non ero tesa: è vero che la legge del Texas prevede la necessità di avere la patente entro 90 giorni dall’inizio della permanenza, ma ero appena rientrata dall’Italia il 6 di marzo, nel caso avevo tempo per ripetere l’esame.

Parcheggio perfetto. Ho represso il mio giubilo interiore per non far notare all’esaminatrice il mio stesso stupore e ho continuato a guidare seguendo le sue istruzioni, esattamente le stesse parole sulle quali mi aveva esercitato Debbie fino a un momento prima.

Dopo un tempo che mi  è parso brevissimo, invece sono stati venti minuti, mi ha detto di accostare. Avevo passato l’esame, andava  a prendermi il mio foglio temporaneo, la patente arriverà entro due settimane per posta.

Debbie è risalita  in auto al posto del passeggero, sorridendo da orecchio a orecchio. E allora, è più facile guidare o imparare il polacco?

Ho mandato un sms al Senator e riacceso il motore.

“Passato! Porto Debbie a fare colazione!”

Valentina, Houston

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14 pensieri su “E’ più facile imparare il polacco

  1. Quest’articolo mi ha risollevato il morale e di tanto. Ho 21 anni e al posto della patente ho preferito un viaggio. Mio fratello ne ha 18 e l’ha presa in due mesi. Io a guidare proprio non ci riesco. In primis adoro come te camminare e scoprire i luoghi a piedi, al massimo con treno e bus, ma non posso negare che spesso l’auto diventa una necessità. Forse ora che vivo in un paesino sperso fra le colline italiane, mi sembra una cosa necessaria, vitale, però magari trasferendomi in un luogo più “centrale”, me ne scorderò.

    Spero di riuscire un giorno a farmi piacere la guida come ci sei riuscita tu, altrimenti conto di imparare il polacco!

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    • ciao Noemi, ero temporaneamente a Chicago per il ponte pasquale e posso dirti dopo aver macinato decine di km tra art deco e lungolago..col cavolo che mi piace guidare!!! 😀 sto facendo di necessita’ virtu’ ma so che quando finalmente ripartiro’ da houston non mi manchera’ per nulla!!!

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      • Che bello sapere di non essere l’unica che non riesce ad andar d’accordo con l’auto! Grazie per la risposta e nessun problema per il ritardo, anzi scusami tu per il mio! 😀

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  2. Dai che sei stata bravissima!!!!
    Io amo guidare e i mezzi pubblici non li prendo mai, anche perchè non sono per niente comoda, abito in un paesino di montagna quindi corse limitate, cambi continui, ecc…

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    • Ciao Sm, e’ vero nelle realta’ piccole i mezzi di trasporto pubblici sono quasi sempre disastrosi..ma io ho sempre vissuto in citta’ e cittadine, provavo l’ebrezza della corriera una volt al’ora solo quando ero in vacanza a Salice d’Ulzio 🙂

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  3. Complimenti! Anche io sono dovuta tornare alla guida causa distanze enormi e caldo esagerato, per di più dal lato opposto come in Inghilterra! Per fortuna però non mi hanno fatto rifare l’esame di guida e devo dire che qui a Perth il traffico è tranquillo ed i parcheggi immensi. Insomma non mi fa impazzire ma è l’unica soluzione per muoversi. W le donne che sanno sempre rimettersi in gioco 😉

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  4. Non avevo la patente in Italia, in fondo la macchina a Milano non serve, e l’ho presa quando ci siamo trasferiti a Los Angeles, mentre ”aspettavamo” il piccolo…ma ancora evito le autostrade e faccio giri lunghissimi, come ti capisco!

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  5. pensavo di essere l’unica! =) io in Italia dovevo guidare perchè stavo in un paese piccolo…non che mi dispiaccia guidare eh, ma preferirei sceglierlo e non che fosse una necessità… qui a Zurigo non ce la faccio, non ho mai provato perchè ho paura, troppe bici, bus, tram… non ho paura per me, ma per gli altri, poverini 😉

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  6. Io in italia non Guido, mai, da nessuna parte.
    Qui ormai vado tranquilla. SuperTo il timore dell’autostrada, si accorciano anche i tempi 🙂

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