Ti ho messo nel mondo

Qualche giorno fa giravo in bicicletta per San Francisco e, pensando a mio figlio, mi è venuta in mente la frase: “Ti ho messo al mondo”. E ci pensavo, e ci ripensavo, e ci pensavo ancora, prima di approdare ad un altro pensiero.
Ma perché non dire invece: “Ti ho messo NEL mondo”?, come del resto fanno gli americani usando l’espressione to bring into the world.
Adesso mi sembra che questa frase renda meglio un concetto essenziale del mio essere mamma expat, che in qualche modo esprima la mia volontà ferma di aprire a mio figlio una porta sul mondo, una volontà che si mostra anche nel desiderio di crescerlo come una persona capace di coltivare in sè concetti come quello di “casa” e di “famiglia” indipendentemente dal luogo in cui vive e vivrà.
Vorrei che fosse davvero quel che si dice “un cittadino del mondo!” Vorrei che sapesse mettere radici ovunque, che sapesse inserirsi in contesti a cui inizialmente si potrà sentire estraneo, che avesse la capacità e la curiosità di scoprire nuovi mondi e nuove culture e che riuscisse a convivere con la paura di quella scoperta senza venire schiacciato da essa.

piediniSo che spetterà a lui dire che significato attribuire a quella voce, nel suo certificato di nascita, che dice che lui è nato a San Francisco, in California.
Quello che sembra a me ora è che in questi suoi primi dieci mesi di vita il nostro essere qui, in questa parte di mondo, ha dato a lui l’opportunità di conoscere il mondo italiano in famiglia e di incontrare il mondo americano fuori dalla porta di casa.
Nella vita da expat questi due universi convivono e dialogano costantemente.
A volte, ci si scontra duramente con un divario culturale evidentemente differente per chi è nato e cresciuto in un contesto italiano.
E a volte, non riconoscendo come familiare il contesto in cui si vive, si fa fatica… almeno a me è successo così.
Mi piacerebbe invece che mio figlio vivesse meno traumaticamente di quanto l’abbia vissuta io questa realtà. Vorrei che per lui fosse più naturale questo confronto, che non si dovesse sentire mai sradicato. Ma mi accorgo che questo mio desiderio è frutto di una tendenza a proteggerlo dal dolore, dalla paura, anche se so bene, razionalmente, che anche questo sentirsi sradicati fa parte dell’esperienza all’estero, e che anzi a volte è proprio nella difficoltà che si cresce e si matura la consapevolezza dell’essere e del divenire. Perché in fondo in ogni difficoltà si cela un’opportunità.

Mi rendo conto di non sapere proprio che cosa significhi essere mamma in Italia adesso. Non so che cosa significhi seguire l’evoluzione del proprio figlio lì.
Ma mi accorgo che ogni giorno San Francisco ci sta offrendo un contesto vivacemente internazionale in cui muoverci. Ci mostra quotidianamente culture diverse, etnie, religioni, modi di fare e colori della pelle differenti. E la diversità convive pacificamente, per quella che è la mia esperienza. In un parco giochi qualunque, in un quartiere come quello di Noe Valley che è particolarmente family friendly, si incontrano famiglie provenienti dall’Europa, dall’Asia, dal Sud America. Vi sono bambini (e cito le nazionalità solo dei bambini che ho incontrato): tedeschi, francesi, italiani, spagnoli, inglesi, scozzesi, danesi, turchi, cinesi, indiani, messicani, brasiliani. Ci sono anche gli americani, naturalmente, figli di sanfranciscani o anche di americani che provengono da altri Stati, dal Missouri, dal Michigan, o dallo Stato di New York.
Giocano sulla sabbia, tutti insieme.
Le esperienze di ognuno si incontrano al playground.
E l’immagine che ho in mente ora è quella che si trova spesso nelle riviste disponibili in aereo: un mappamondo che mostra tutti i voli che arrivano a San Francisco, perché mi sembra che, attraverso vie diverse, siamo giunti tutti qui. Per me, che ho studiato Lingue straniere al liceo e ancora all’università, è l’occasione che ho di incontrare quella varietà del mondo che mi ha sempre incuriosita e spinta a viaggiare!

Spero che mio figlio possa raccogliere questo bagaglio multiculturale e portarselo con sè, ovunque lui vada.

Anche per questo, l’ho messo nel mondo…

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17 pensieri su “Ti ho messo nel mondo

  1. Essere mamma ti porta a mille domande sul futuro dei nostri figli, i tuoi pensieri sono come le tue parole, aperte in un mondo e in un paese dove la parola “diverso” ha un altro significato. E forse è questa la più grande fortuna che avrà tuo figlio. Qui in Italia spesso vengono ancora additati quelli “diversi”, mi dispiace che mia figlia non possa vivere in un paese più internazionale e spero di crescerla nel migliore modo cercando di guidarla a guadare nel cuore delle persone.

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    • Grazie per quello che hai scritto: se riuscissi a crescere un figlio “open minded” per me sarebbe proprio un grandissimo successo perché penso che se lui riuscisse ad accettare veramente “l’altro”, in tutta la sua diversità, significherebbe che è riuscito principalmente ad accettare se stesso! E quale mamma non vorrebbe questo per suo figlio?

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  2. Grazie perché con tutta la paura che ho di questo imminente trasferimento che mi fa vedere degli USA solo le cose negative tu mi hai ricordato IL motivo per cui avevamo deciso di farlo!

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  3. Lo ammetto, da qualche settimana mi sento un po’ una “stalker” dei blog di mamme expat, perché vi importuno di domande, richieste di consigli e chiarimenti. Questo perché sono quasi pronta a diventare anche io mamma expat ed è per questo che ho il piacere di comunicarvi che oggi abbiamo finalmente ottenuto questo stramaledetto visto permanente per l’Australia!!! Sono al settimo cielo…e vi farò ancora più domande 😉 E spero di riuscire anche io a “mettere nel mondo” le mie due piccole bimbe!

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  4. Pingback: Io, Peggy e San Francisco | Amiche di fuso

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