C’era una volta

Un messaggio dal lavoro: “Oggi non servi, ci vediamo lunedì!”.
Ancora un cambiamento dell’ultimo secondo?
Sbuffo.
Chiamo Edda e lei mi dice che se non ho da fare possiamo vederci oggi.
Da fare io?
Mai stata piu’ libera, accidentaccio!

Ops, voi pero’ forse non conoscete Edda, anche se per me e’ una Star, anzi una Diva di altri tempi.
Classe 1927, Edda Azzola e’ nata a Moggio Udinese, in Friuli, per poi spostarsi a Pontebba, un altro piccolo e delizioso paesino di montagna.
Con una personalità forte ed indipendente, Edda aveva le idee chiare fin da ragazza: “Se mi sposo perché mi sposo, se non mi sposo comunque da qui me ne vado!” e pensava all’Africa e ai bambini malnutriti che avrebbe voluto aiutare.

E’ invece finita in Australia ed io l’ho conosciuta grazie alla mostra a lei dedicata nel commovente Museo dell’immigrazione di Melbourne, dove la sua storia doveva rimanere appesa per 2 anni.
Poi 5.
Ora rinnovata per almeno altri 2.
Lì l’ho trovata raccontata e da lì sono partite le mie ricerche per trovarla ed intervistarla per Amiche di Fuso, dove le donne Expat sappiamo essere le vere protagoniste.

Perché?
Perché la sua e’ una storia forte, dolce e bella.
Un racconto di indipendenza e di emancipazione che a me e’ sembrato piu’ che attuale.
Nella sua epoca si andava al mare con il costume fatto di maglia impermeabile, a scuola si imparava la bella scrittura, il viaggio per l’Australia durava un mese intero e di certo non c’era il telefono e nemmeno Skype, eppure la sua è una storia senza tempo e se siete donne expat vi ritroverete in molte delle sue parole.

Così l’8 Febbraio ci siamo viste, lei ha insistito per venirmi a prendere in stazione e si è stupita quando l’ho riconosciuta, dimentica di essere davvero un personaggio famoso.
Con la sua macchina verde smeraldo, mi ha portata al Club Friulano, una struttura costruita dagli Italiani per gli Italiani, che negli anni ha aperto le braccia a chi aveva lasciato lo Stivale e non solo.
Qui, in una saletta inondata dal sole, ho potuto fotografare il caminetto costruito da Angelo, il marito di Edda, uno di quegli Italiani che il Club lo costruirono, lasciando un’eredità preziosa per tutti coloro che verranno.
L’uomo la cui fotografia Edda ha racchiuso in un ciondolo che le impreziosisce il collo.
Angelo che le diceva sempre, sornione, “E’ colpa tua!”.
Proprio come fa il mio di marito quando parliamo dell’Australia e gli sorridono anche gli occhi.

Questa che andrò raccontandovi è la storia di due sposi e comincia con Angelo che parte per l’Australia, un anno prima di sua moglie.
Ma l’Australia l’ha scelta proprio lei, Edda.
Un vicino di casa le sventolava sotto gli occhi l’assegno che il figlio gli faceva recapitare direttamente da Melbourne finchè lei non iniziò a brontolare, d’altronde al paese lei non ci voleva mica stare.
“Ma Dio Cristo, Angelo! Andiamo anche noi, Sacramento, andiamo a cambiar aria! Tanto cosa vuoi che sia?”

Borbotta che riborbotta, riusci’ a convincere sia Angelo che il prete del paese.
Rimaneva solo il problema di dirlo in casa.
“Son sposata, la vita sarà mia!” diceva Edda pensando a quella decisione ormai presa, “Non l’ho potuto fare a 21 anni perche’ ero sotto mio padre ma adesso che son con te, Angelo, faremo pure qualcosa assieme!”

Ovviamente la spuntò e al padre, un uomo con la nomea di esser severo, disse solo “Vado a vedere i canguri”!
Lui tirò giù appena quattro Ave Marie ma la lasciò libera di decidere.

C’era ancora un altro, ennesimo, permesso da ottenere ed era quello medico.
Con quel problemino alla tiroide, l’ingresso in Australia le era vietato.
Così Edda dovette anche operarsi per poter finalmente dare inizio alla sua avventura.

Il 29 Dicembre 1954 Angelo si imbarcò per primo e la lasciò sola a fine anno.
E lei di questo ancora si lamenta, sorniona, perchè certe cose non si perdonano mai ai mariti!
11 mesi dopo anche lei prese il mare per arrivare in Australia.
11 mesi esatti.
“Avevamo un appuntamento, no?”, dice dolce, ripensando a quei giorni di attesa, separata dal marito.

“E questo è il perche’ siamo arrivati quaggiù, cara mia, perche’ io mi ero messa in testa che al paese non rimanevo.”

“Ma lei se lo ricorda il viaggio?” ho chiesto ad Edda, ripensando alle mie 27 – terribili – ore di volo.
Piene di lacrime, pensieri e poi tanta, tantissima noia tra un film ed uno spuntino.

Come può non ricordarselo se il suo viaggio e’ durato un mese intero?
“Peccato non aver fatto la luna di miele!”, mi risponde ridendo, “Appena scesa l’avrei fatto di nuovo.
Ho passato un mese da sogno, ballando con gli amici incontrati lì! A mio marito ho raccontato tutto perche’ non ho fatto niente di male.
Ballavo fino a mezzanotte ed in cabina il cameriere Triestino mi faceva trovare sempre un vassoio pieno di panini.
Pero’ da bella tonda che ero diventai una sardina”.

Forse sarei dovuta partire anche io in nave, cavolo!

Per mare o con l’aereo, certe cose non sono diverse.
Parlo della sensazione che senti nello stomaco quando capisci che è fatta, che indietro non si torna.
“Mi ricordo la sirena che fa quel rumore e senti proprio che la nave si stacca, piano piano,  dal porto.
Per fortuna che era buio… io son sempre stata sulla banchina, appoggiata alla balaustra finche’ non ho visto l’ultima scogliera all’orizzonte ed ho detto “Ecco Edda, adesso ti sei apposto!”.”

Le ho chiesto come si sbarcava a Melbourne a quei tempi e la risposta mi ha rimandata con la mente ai documentari sulla ben piu’ famosa emigrazione in America.
I migranti arrivavano in porto, quello di Melbourne, ma non vedevano che il mare.
Gli era vietata la vista della terraferma.
Nel caso di Edda, li lasciarono fermi ad aspettare per ore, mentre i funzionari organizzavano le pratiche per catalogare ed indirizzare i passeggeri.
Immaginatevi il sole che muore ed il cielo che si fa bruno.
Immaginatevi con la valigia ed il cuore che freme, i piedi che scalpitano.
Dopo un mese d’attesa.

Finché un altoparlante non urla il vostro nome e solo il vostro.
E’ quello di Edda Azzola.
Il suo e solo il suo viene urlato a gran voce.

“”C‘e’ uno dell’ufficio che la vuol vedere“, mi dice questo signore mentre sorrideva.
Non vado li’ e mi trovo mio marito davanti?”.

Angelo aveva con sé il passaporto per salire sulla nave, lo stesso che gli aveva permesso di arrivare in Australia 11 mesi prima.
Era quindi potuto salire sù per portar via sua moglie.
Per prima!
Tra i sorrisi dei funzionari bonaccioni.
Un fortuito e romantico segno del destino che ha visto questi due sposini scendere per primi sulla terraferma e poi arrivare in taxi a Bourque Street, la Via del Corso di Melbourne, stretti nel cuore della notte.

Immaginate la scena.
E’ quasi Natale.
“Un panorama che ancora oggi non lo dimentico.
Tutte queste luci…
Venir via da un paesino che ho lasciato con la neve, sì tutto imbandierato per Natale pero’ di montagna e senza tante cose…”
, la voce le trema un poco mentre rivive il ricordo di quella prima notte.
“E così questo e’ stato il primo lampo dell’Australia e mi sono abituata subito. Ho pensato “l’hai voluta la bicicletta e adesso pedala!” ed io mi son messa tranquilla, senza nessun problema.”

Quindi Edda arriva a Melbourne al 29 Dicembre e al 3 Gennaio che cosa fa?
Esce per cercar lavoro perchè “cosa facevo a casa?”.
In inglese non sapeva dire una parola eppure prende e parte da sola per la città, con un indirizzo scritto su un foglietto di carta.

L’inglese poi lo imparerà, lavorando per dei medici come archivista.
Prendendo la vita di petto, sempre con la grinta che contraddistingue la sua esistenza.
“Avevano bisogno di una persona fidata ed una mia amica mi disse di provare, che l’inglese non era importante e difatti sono andata per l’intervista ed il professore mi ha detto che andavo bene ma che mi voleva un mese in prova.
Un mese di prova?
Ho risposto “ma mica ci sara’ da voltare il mondo col culo in su’“, cioè che lavoro difficile poteva mai essere??”.
Lavorando come archivista arrivò a sconvolgere tutto il suo reparto, riorganizzandolo completamente.
Prima di lei erano necessarie due persone ma Edda valeva per tre!

Con la nascita di Franco, il primo ed unico figlio, la nostra avventuriera decise di iniziare una nuova attività e di acquistare una macchina per cucire, dopotutto quello era stato il suo lavoro per tanti anni in Italia.
Iniziò così a lavorare da casa, creando maglieria per uno dei più famosi brand dell’epoca, i cui capi venivano venduti per Myer e David Jones sotto il marchio Ricardo Knitwear.

Siamo prese dalle nostre chiacchiere quando realizzo che Edda non ha un solo rimpianto.
Prima di invitarla all’intervista mi ero lungamente interrogata su come dovesse essere la vita in Australia negli anni ’50, con tutto ancora da costruire.
Da quando son qui posso chiamare casa con il telefono, pagando solo 10 dollari al mese, o con Skype.
“Ma ai tuoi tempi Edda?” le chiedo.
“Lettere.”, mi risponde,  “Il telefono c’era ma chi lo pagava?”.

Non a caso, la prima lettera ricevuta dai genitori la conserva come fosse un cimelio e posso garantirvi che non sembra aver visto passare un solo giorno.
Vorrei potervela far toccare perché racconta una storia antica e bella.
Due fogli di carta velina scritti avanti e indietro, per economizzare la spesa di quell’invio, con l’inchiostro blu e la bella scrittura che si confonde e mischia in quel fiume di parole necessarie e tanto attese.

Nel Natale del 1957 Angelo ed Edda riuscirono a mandare una cassetta registrata con le proprie voci ai loro affetti Italiani.
Non ricevettero mai una cassetta di ritorno ma l’idea di quelle parole registrate che percorrono quel lungo viaggio in mare è più che mai commovente.
Immaginate come poteva essere quando non si aveva neanche il conforto della voce dei propri cari.
Temendo anche di poterla dimenticare.

Tra il bambino e le spese per l’acquisto della casa, tornare in Italia non poteva rimanere che un sogno.
Che si avvererà dopo ben 14 anni.
Nel frattempo Edda continuava a scrivere ai suoi genitori che tutto andava bene e suo padre mandò persino la madre a controllare.
Possibile che questi due non bisticcino mai?
Che lavorino sempre?
Che abbiano preso una casa in neanche tre anni che son lì?
Suo padre l’aereo non volle prenderlo mai, ma la madre al termine di quella visita le disse che ora sapeva che le sue lettere corrispondevano alla verità: tutto andava come doveva e partire era stata la scelta più giusta che potesse fare e lo avrebbe confermato al padre.

“Oggi come oggi tornerei a farlo, lo volevo ed ero preparata e non saprei neanche come spiegarlo.
Quando salivo sull’aereo per tornare in Australia pensavo “finalmente torno a casa”.
Forse perche’ qui avevo tutto, sì in Italia c’erano loro ma era roba loro… qui io avevo tutto: casa, figli e poi i nipoti.
Qui c’è la mia casa, con tutti i miei ricordi da sposina e la mia vita.”

Conoscevo la risposta ma ugualmente ho dovuto chiederle  “ma allora quando se ne è accorta che casa sua era qui?”
“Subito!” ha sentenziato, senza tentennare un solo istante.

Ridiamo di nuovo, in effetti non abbiamo fatto altro che sorridere e anche un poco commuoverci per tutta la durata della nostra chiacchierata.
Al termine della piccola intervista progettavo di tornare a casa e riascoltare il nastro.
Per lasciarmi coccolare dalle sue parole e cercare di raccontare la sua vita nel modo più autentico possibile…
Invece Edda mi ha rimessa in macchina e accompagnata a vedere il Club del Veneto, una struttura enorme, sempre costruita da mani Italiane per i propri connazionali.
Più simile ad un resort 5 stelle che ad un Club.

E poi di nuovo mi ha chiesto se avessi da fare.
Io ero libera.
Quindi via di nuovo in macchina e un pò come Thelma e Louise, siamo andate a casa sua, la sua bellissima dimora australiana, quella costruita con il lavoro di una vita.
Mi ha offerto un caffè che sapeva di caffè e non mi ha presa per matta quando ho annusato quella polvere profumata e familiare dentro al barattolo.
E neanche quando sono uscita ridendo dal suo bagno dopo averci trovato un meraviglioso bidet!

Mi é sembrato di essere a casa, intesa come un luogo familiare, conosciuto e certo.

Ho potuto leggere la lettera, quella che i suoi genitori le spedirono dopo la sua partenza ed ho accarezzato i suoi ricordi.
Ho persino avuto la fortuna di vedere uno dei suoi lavori, una copertina fatta a mano per una bimba che è nata proprio in questi giorni.

Mi ha riportata in stazione e ci siamo promesse un secondo appuntamento.
La premura di Edda e’ stata tale da attendere il mio treno, continuando a raccontarci ancora un poco.
Ci siamo salutate con la mano mentre il vagone si staccava dalla stazione per riportarmi a casa e per me è stato un po’ come partire di nuovo.

Ecco quindi chi e’ Edda Azzola!
Vorrei potervi mostrare una sua fotografia per farvela amare ancora di piu’.
Ma lei vuole che voi la immaginiate così come preferite.
Perché è davvero una Diva.

ANGELO

Il caminetto costruito da Angelo per il Club del Friuli

ITALIANI PER GLI ITALIANI

Gli Italiani che costruirono il Club

UN VERO CAFFE'

Finalmente un caffè!

LETTERA

La lettera dei genitori di Edda, la prima ricevuta

EDDA AZZOLA

Un lavoro lungo 3 mesi: La copertina tessuta a mano per una bimba speciale

(A special Thanks to Dr Moya McFadzean, Acting Head Humanities Dept and Senior Curator Migration & Cultural Diversity)

Serena, Australia

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24 pensieri su “C’era una volta

  1. Applausi!
    Un caro saluto a Edda, che hai avuto la fortuna di conoscere di persona. La vorrei fare anch’io una chiacchierata con questa donna straordinaria.

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  2. Ecco, io sono friulana, ormai vivo in giro da 10 anni, in Italia e all’estero, ma sempre abbastanza vicino da poter tornare. E potrebbe esserci l’Australia nel futuro…la lontana Australia…ma dopo questo racconto mi sembra molto più vicina di quanto lo sia ora!

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  3. Che bello! Quasi mi immaginavo ad essere li con voi è..per alcune cose mi sembrava quasi di potermela immaginare parlare friulano (sono di udine).. In particolare.. “Sacrament!” 🙂

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    • Grazie Noemi per il tuo commento, ho sofferto tanto per scrivere questo post perché volevo che Edda uscisse fuori in tutta la sua bellezza… sono contenta che ti sia piaciuta!

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    • Grazie Elisabetta. ^_^
      L’ho sentita oggi per riportarle i commenti delle persone che hanno letto questo post ed era al settimo cielo. ^_^
      E’ unica!

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  4. Adoro queste storie di vita, storie datate, ma sempre attuali.
    La tovaglia che ha sul tavolo, quella traforata, mi ricorda mia nonna.
    Curioso il telaio con cui fa la copertina, sarebbe bello capire come funziona.
    Hai avuto una grande fortuna nel conoscere Edda, grazie per aver condiviso questa magnifica storia

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    • Una grande fortuna, davvero.
      Intreccia i fili con una specie di uncinetto, e’ un lavoro meticoloso e veramente lungo… una bimba fortunata quella che ha ricevuto
      la copertina. 🙂

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  5. Pingback: TOP Post dal mondo expat #30.3.15 | Mamma in Oriente

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