Alessia, ex expat in Michigan

Alessia scrive dall’Italia parlando proprio del suo rientro dopo essere stata expat in Michigan, US. Si racconta nel suo blog: Il Metodo Gattini dove tratta con ironia e praticità le varie vicissitudini e pensieri che l’hanno vista protagonista nella quotidianità americana e ora in quella italiana.

amichedifuso.alessiaIl nostro espatrio è andato esattamente come stabilito prima della partenza. Due anni sicuri, più il tempo di organizzare il rientro, per un totale di 29 mesi in Michigan.
All’annuncio della nostra partenza, le domande che mi venivano poste più spesso erano: “Ma poi cosa farai una volta là?” e “Sei sicura che non ti peserà abbandonare il tuo lavoro e la tua indipendenza per andare a fare la moglie e la madre?”. Al ritorno, principalmente: “Ma siete proprio sicuri di tornare? Guardate che qui c’è la crisi.”
La vera verità è che, a quasi 4 mesi dal mio rientro in Italia, non rimpiango niente, di quello che ho fatto e forse questa è l’unica cosa che conta davvero. Ogni singola esperienza, dal fare la casalinga nel Midwest (e credetemi se vi dico che non c’era nessuna professione per cui fossi meno preparata), al decidere di partorire il mio secondo bimbo lontana da casa, è servita ad insegnarmi qualcosa, a farmi crescere come persona, ad unire la nostra famiglia e a dare opportunità favolose ai miei bambini.
Certo questo non vuol dire che il ritorno in Italia non sia stato una doccia gelata. Ogni volta che ho nuovamente a che fare con gli uffici pubblici, le Poste, i terribili servizi clienti, quasi non posso credere di come perpetui tanta scortesia e incompetenza. Come la gente dia tutto per scontato. Come un sorriso e una parola gentile siano guardati con diffidenza.

amichedifuso.alessia02La cosa di cui ero (e sono) certa però, è che il Michigan non avrebbe potuto essere la mia casa per sempre. Per quanto gli Stati Uniti siano un paese estremamente confortevole in cui vivere (soprattutto per l’efficienza dei servizi, la qualità della vita e gli enormi spazi verdi), la provincia del Midwest non era il posto per noi. Innanzi tutto il freddo: io mi son trovata con un neonato di pochi giorni in macchina, e la macchina era l’unico mezzo di trasporto a mia disposizione perché a piedi non arrivavo neanche da Starbucks, e – 38 gradi fuori. Lo portavo ai controlli pediatrici pattinando con l’auto su distese di ghiaccio, fermandomi a controllare di tanto in tanto che non fosse surgelato. C’erano temperature glaciali da ottobre a fine marzo e neanche una montagna per sciare! E per quanto i Caraibi fossero a tre ore di volo, non potevamo passare più che un paio di settimane nel Golfo del Messico.
Ci mancavano gli stimoli culturali perché dove anche c’erano (sia Detroit che Ann Arbor hanno musei per i bambini meravigliosi e spesso deserti), la domenica chiudevano alle cinque. Persino io che adoro fare shopping non ne potevo più di chiudermi nei centri commerciali perché il tempo era troppo inclemente per fare qualsiasi altra cosa.

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Quindi, quando mi manca tremendamente la mia casa americana, la palestra aperta 24 ore su 24, l’anonimato del nessuno che ti squadra al supermercato anche se sei in pigiama, il pumpking spice latte, e succede, almeno una volta al giorno, penso alle cose belle che abbiamo ritrovato qui.
Innanzitutto la scuola; io ho avuto esperienza solo con l’equivalente di asili e nidi (privati ovviamente, perché pubblici esistono al massimo per tre mattine a settimana) ma la competenza e l’istruzione delle maestre italiane non ha davvero eguali. Proprio il metodo di insegnamento è diverso, più moderno, meno competitivo (perché far competere bambini di 4 anni è inutile e nocivo). Con tutto il bene che ho voluto alle nostre maestre americane, con cui parlo ancora regolarmente, ho visto mio figlio fare più progressi in questi tre mesi che nei tre anni precedenti.
Poi le persone, l’italianità, la caciaroneria, le mamme dei compagni di classe che ti invitano ai compleanni con due ore di anticipo (e non due mesi…), i sorrisi veri, la solidarietà spontanea, gli abbracci e i baci sulle guance, gli amici di sempre, quelli che ti hanno aspettato per tre anni e con cui non è cambiato nulla, i pomeriggi che diventano aperitivi, che diventano cene, che diventano stare sul divano fino a tardi senza aver programmato niente che preveda una thank you card, la settimana dopo.
Le stagioni (la primavera soprattutto!), portare i bambini a scuola a piedi, il mare a due ore di macchina e le montagne a quaranta minuti.
E poi, ovviamente, il cibo, che ve lo dico a fare!

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Entrambe le partenze e i ritorni, sono stati momenti meditati, paurosi e anche sofferti. Espatriare così come ritornare non è roba per stomaci deboli: ci saranno, più spesso che in una vita stanziale, grandi dubbi e il timore di star facendo la scelta sbagliata, soprattutto per chi ci circonda. Se si vuole cambiare la propria vita, prendere strade nuove, decidere di imparare dalle esperienze che la vita ti offre, allora bisogna decidere che, nonostante tutto, vale la pena saltare.

Alessia Bruno – metodogattini.wordpress.com

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