Da Seul: Laura

Lei è Laura, oggi vive in Colorado con il marito e il figlio e scrive della sua avventura statunitense sul suo blog Caffé americano, ma oggi ad Amiche di Fuso racconta del suo shock culturale in Corea, dove ha vissuto per un anno prima di approdare negli Usa.

All’inizio del 2002 spedivo cinque scatoloni, salutavo familiari e amici e mi imbarcavo su un volo che mi avrebbe portata a Seoul, dove avevo deciso di trasferirmi per raggiungere il mio fidanzato (ora marito). Abitai in Corea per quasi un anno prima di trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti. Quando si entra in contatto con una cultura così diversa dalla nostra, i primi mesi vengono impiegati cercando di orientarsi e capire come portare a termine compiti apparentemente banali. Se ci penso, quel periodo mi sembra avvolto in un’aura vagamente surreale, ma alcuni episodi e sensazioni mi sono rimasti impressi.

Source: Sean Pavone © 123RF.com

Source: Sean Pavone © 123RF.com

  1. L’olezzo di aglio misto a cavolo che permea l’aria a qualsiasi ora del giorno. I coreani sono grandi consumatori di kimchi, un cibo a base di cavolo fermentato molto gustoso ma il cui odore può risultare nauseabondo. Durante i Mondiali di calcio, che quell’estate si svolsero in parte in Corea, mi capitò di leggere un articolo di un giornalista europeo che era rimasto molto colpito da questo fatto.
  1. Il peculiare sistema con cui funzionano gli indirizzi. In Corea molte strade non hanno un nome e gli indirizzi consistono nel nome del quartiere più una serie di codici. Un po’ come a Venezia, dove si indica il sestiere e non la via. All’epoca era uso comune inviare un fax con la mappa del posto da raggiungere; probabilmente ora esistono metodi più evoluti.
  1. La caratteristica dei coreani (condivisa da altri colleghi asiatici) di non ammettere mai di non sapere qualcosa, pena la “perdita della faccia”. Un giorno, dopo aver letto che era stata aperta a Seoul la succursale di una famosa pizzeria napoletana, decisi di andarla a cercare. A causa del sistema astruso di cui sopra, questa si rivelò un’impresa tutt’altro che facile. Chiesi informazioni a qualche passante, e ciascuno si dimostrò molto sicuro di sé nell’indicarmi la strada; dopo mezz’ora però mi trovai al punto di partenza. Capii che nessuna delle persone interpellate aveva idea di dove si trovasse la pizzeria, ma ammetterlo sarebbe stata una vergogna troppo grande per loro.
  1. Il sistema confuciano secondo cui esiste una rigida gerarchia tra gli individui. Il vecchio è superiore al giovane, l’uomo è superiore alla donna, lo sposato è superiore allo scapolo, il coreano è superiore allo straniero. Questa impostazione della società pone notevoli barriere all’integrazione degli expat occidentali, la cui presenza è piuttosto ridotta nonostante la straordinaria crescita economica del paese negli ultimi 25 anni.
  1. Il patriottismo dei coreani. Non è raro trovarsi per strada e venire fermati da un perfetto sconosciuto che ci tiene a puntualizzare che la Corea è il paese più bello del mondo: “Korea, number one!” Possono anche concedere che sì, l’Italia è carina, ma la Corea rimane la numero uno.
kimchi

Source: Kittipan Boonsopit © 123RF.com

Vivere in Corea, anche se per un periodo limitato, è stata una sfida interessante per me. Ho incontrato parecchie difficoltà, ma ho anche imparato a essere più paziente e a dare meno cose per scontate. Da lì ho avuto la possibilità di visitare altri luoghi, in Asia e nel Pacifico, che probabilmente non avrei mai raggiunto dall’Europa o dall’America. Non ho il desiderio di vivere ancora in Asia, ma mi piacerebbe un giorno tornare a Seoul per rivivere luoghi che in quel determinato momento hanno definito la mia vita.

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5 pensieri su “Da Seul: Laura

  1. Accidenti se dev’essere stato uno shock!
    L’Oriente mi incuriosisce e mi atterrisce allo stesso tempo perchè mi rendo conto che in quanto occidentale farei davvero fatica ad entrare in quel mondo da un punto di vista culturale: certo è che un viaggio del genere deve portare davvero tanta ricchezza nella mente e nel cuore, no?

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    • Ciao concittadina! 🙂
      Sì, decisamente è stata un’avventura molto difficile ma molto arricchente. Durante i miei precedenti viaggi in Oriente non avevo mai avuto problemi, ma viverci (e lavorarci) è tutt’altra cosa. Sicuramente ho imparato ad avere più pazienza!

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  2. Pingback: Mio guest post sul blog "Amiche di fuso"

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