Il segreto dell’inglese perfetto

Quando sono arrivata qui mi sentivo abbastanza sicura del mio inglese, forse un po’ legnoso, ma tutto sommato comprensibile…insomma, in fin dei conti lo avevo studiato fin dalle medie, avevo frequentato il liceo scientifico ad indirizzo linguistico e per tre anni avevo seguito un dottorando del Sudan, con cui l’inglese era l’unica forma di comunicazione possibile. Avevo approfittato alla grande di questa ultima opportunita’ per fare un bel po’ di pratica, attaccandogli bottoni infiniti su usi e costumi del paese, ricette e grandi temi universali come religione e politica. Povero Abass!! 😀 Verso la fine del suo dottorato avevamo raggiunto un livello di comprensione reciproca quasi totale…sinceramente a volte avrei voluto non capirlo cosi’ bene, come quando mi disse che ero diventata “a little bit obese” …

Insomma, forte della mia esperienza con lui, mi sentivo pronta ad affrontare una vita in inglese, anche perche’ in tanti mi avevano detto che gli americani erano sempre molto disponibili e pronti a ripetere anche mille volte il concetto (non come i cattivissimi britannici!!).

Illusa!!!

No, non sulla gentilezza degli americani (quella e’ verissima, anche se c’e’ da dire che ti ripetono una cosa mille volte ma sempre alla stessa velocita’ e con lo stesso tono…), quanto sulla mia quasi perfetta padronanza della lingua straniera! Avevo capito che c’era un bug nel sistema gia’ in ambasciata, quando mi sono presentata al console tutta baldanzosa e non sono riuscita a capire cosa mi chiedesse, per ben 3 volte. E sapete quale era la domanda? “what are you going to do in the US?”. Ecco…e da li’ e’ stato un dramma dopo l’altro!!

Al ristorante, dove ho tentato di ordinare il primo hamburger e non capivano quale volessi…l’ho indicato con il dito sul menu pensando di aver dribblato l’ostacolo…ma una volta assodato il nome del panino e’ partita la cascata di domande, sparate a velocita’ supersonica, che mi ha lasciato tramortita: come lo vuoi cotto (rare, medium, well done)? Ci vuoi i pickles o no? Che formaggio ci mettiamo (provolone, pepperjack, blue cheese, suisse, american, cheddar)? Ci vuoi il bacon? Maionese, guacamole o sour cream? Le patatine le vuoi? E se si’, come? French fries, waffle fries, hand-cut? E non e’ mai finita, ogni volta penso che ormai non mi possono piu’ cogliere in castagna…e loro magari mi stupiscono con “che pane vuoi”? Ma come che pane voglio? Non lo soooooo, non mi potete portare un hamburger e basta?? Vi prego!!

Poi siamo passati alle terribili conversazioni telefoniche per allacciare luce, gas e telefono. Un incubo al cui ricordo ancora mi viene l’ascella pezzata e la lingua felpata! Il primo ostacolo era far capire nome, cognome e indirizzo…”L” as in Lion, “A” as in Apple…una volta ero cosi’ esasperata che arrivata alla “I” del mio cognome ho detto “I” as “I don’t know”!! Ho persino cercato su wikipedia il famoso NATO phonetic alphabet, che indica la parola inglese da usare per definire ogni lettera…passino Alpha, Bravo e Charlie…ma io a dire “F” as in Foxtrot giuro che non ce la faccio! La vera rogna c’era con la via dove abitavamo due anni fa, cioe’ Buttles…la doppia “T” non la capivano mai, poi con lo spelling ci arrivavano e mi dicevano “aaaaah, Badls!!”. Allora la volta successiva pronunciavo tutta orgogliosa il mio “Badls”…e capivano “D” invece di doppia “T”…non ho mai capito quale fosse la differenza!

C’e’ stata anche la volta del radicchio rosso che abbiamo preso al supermercato e che era indicato proprio con il nome italiano. La cassiera ci ha guardato con aria perplessa, chiedendoci come si chiamava quella verdura perchè doveva digitare il nome per prezzarlo, ed io ho risposto, tranquilla, “radicchio”, ma il marito e la cassiera mi hanno guardato dubbiosi e perplessi. Ho iniziato ad andare in confusione e a farfugliare che forse stavo sbagliando la pronuncia o non sapevo. Intanto la fila si accumulava alla cassa, continuava il mimo muto tra il marito e la cassiera e io ripetevo solo “radicchio, radicchio”. Per fortuna ci e’ venuto in aiuto uno dei commessi senior, che le ha indicato il codice del prodotto. Sul display e’ comparso proprio “radicchio” e mi sono voltata veso il marito con lo sguardo trionfante e la mia miglior faccia da “te l’avevo detto!”. Poi, visto che sono un po’ tignosa, ho guardato la commessa negli occhi e le ho detto: “mi può dire la pronuncia corretta?”. E lei, imperturbabile: “ra-diii-kioh”! Ecco…

Anche con i medici, soprattutto al telefono, e’ sempre un po’ un dramma a puntate. Recentemente ho chiamato per prendere appuntamento dall’allergologo e, quando la segretaria mi ha chiesto che sintomi avessi, io (che mi ero preparata in anticipo) ho detto sicura “hives” (orticaria). Dall’altra parte del telefono avverto perplessita’ e mormorii indistinti, la sento parlare con una collega e mi dice che forse per il mio problema dovevo consultare un medico diverso. Mi ostino a ripetere hives, come avevo fatto con il radicchio…Tento anche una spiegazione, ma il crescente imbarazzo non mi aiuta e tartaglio insicura, infilando due “cioe’” ed un paio di “allora”. Poi mi arriva l’illuminazione e parlo di “itchy skin rash”…la perplessita’ della segretaria si trasforma finalmente in sollievo e mi dice “aaaaaah, when you say “hivs”, you mean “haivs”!! Ecco, la parola era perfetta, peccato che l’avessi pronunciata cosi’ male che lei aveva capito che avessi problemi di “heaviness” (pesantezza)…che sarebbe anche un po’ vero, fisicamente e caratterialmente parlando, ma non era il motivo per cui avevo chiamato!

Anche al corso di pittura mi sono distinta per la mia pronuncia impeccabile, pero’ devo dire che un po’ di colpa ce l’ha pure l’audience, visto che sono tutte anzianotte e un po’ sorde!! L’ultima risale a pochi giorni fa: si parlava di una foto che avevo portato come modello e mi hanno chiesto dove era stata scattata. Ho risposto serafica “Argentina” pensando “questa e’ facile da pronunciare, non possono non capire”….illusa, di nuovo! Ho passato 2 minuti a ripetere “Argentina” in tutti i modi possibili…niente, mi guardavano con gli occhietti vacui finche’ non e’ intervenuta la piu’ giovane e ha ripetuto “Argentina”…l’hanno capita tutte, io ancora mi sto chiedendo cosa ci fosse di sbagliato nel modo in cui lo stavo dicendo io.

Ecco, pero’ lo devo dire, io vi voglio tanto bene americani, ma uno sforzino in piu’ lo potreste anche fare!! La mia collega sostiene che, poiche’ la loro lingua ha cosi tante parole simili, per forza devi pronunciare tutto in modo perfetto per farti intendere…e posso anche capirlo eh, pero’ il contesto dove lo mettiamo? Ad esempio: birra, orso, barba e uccello (beer, bear, beard e bird) sono spesso usati come esempio perche’ simili nella scrittura, ma totalmente diverse nella pronuncia e nel significato…pero’…se sono al bancone di un bar, anche se sbaglio la pronuncia, secondo te voglio un orso o una birra? E se in un grande magazzino ti chiedo dove tenete le “sheet”, anche se lo dico malissimo, a cosa vuoi che mi riferisca se non alle lenzuola?! Dai americano, facciamo un patto: tu mi vieni incontro con la pronuncia ed io in cambio mi sacrifico e ti ordino una bruschetta chiamandola brusceda…deal?

Adesso vi rivelero’ un segreto…qualche tempo fa io e la mia collega stavamo parlando con una specialist americana e ci ha chiesto se le nostre regioni di provenienza fossero molto lontane, visto che avevamo accenti molto diversi. Le abbiamo spiegato che siamo originarie della stessa citta’, ma mentre lei e’ qui da 8 anni e sta con un americano, io sono qui da molto meno e parlo sempre con italiani, per cui il mio accento inglese e’ decisamente peggiore. La tipa allora ci ha fatto tutto un discorso sul fatto che io parlavo ancora “horizontally” mentre la mia collega aveva ragiunto il livello del “vertical mouth movement” e quindi parlava un inglese piu’ corretto. Io e l’altra abbiamo annuito entusiaste come se avessimo capito tutto, mentre invece il suo discorso ci era sembrato incomprensibile e anche un po’ assurdo. Una volta a casa pero’ ho cercato su Internet tracce di questa teoria sui movimenti della bocca e, dopo aver dribblato infiniti siti porno richiamati dalle mie chiavi di ricerca discutibili, sono arrivata a questo “The Lost Secret of Speaking Perfect English: The Moving Mouth Dictionary”, di Peter F. Bulmer. La teoria esiste veramente ed e’ spiegata chiaramente (piu’ o meno) in questo libro, una sorta di dizionario che usa un sistema basato su movimenti verticali della bocca finalizzati a pronunciare perfettamente i suoni della lingua inglese!

The Lost Secret of Speaking Perfect English: The Moving Mouth Dictionary

The Lost Secret of Speaking Perfect English: The Moving Mouth Dictionary. Immagine presa da amazon.com

“The key is in identifying and improving specific types of reverse and forward mouth movements, actions based on using simple vertical mouth movement notations that have simple associations with key phonetics sounds for specific letters…..”The process draws heavily on early humans’ natural ability to howl and growl, using their mouths vertically. Hence, the lost connection between our near ancestors can aid our ability to speak clear English, an ability we have lost and need to rediscover”.

In sostanza l’autore, un esperto di marketing e communication skills, sostiene che re-imparando a muovere la bocca in senso verticale, come facevamo anticamente per ululare e ruggire, saremo in grado di parlare inglese come un nativo, in maniera fluente e comprensibilissima. E ci mette in guardia dal fare movimenti eccessivi con la bocca e la lingua, soprattutto in avanti e indietro, perche’ si creano suoni forzati e troppo netti, piu’ simili al tedesco o a certe lingue antiche celtiche. Quello che faccio sempre io nel vano tentativo di imitare gli americani…
Non so, un po’ sono stata tentata di comprare il libro, ma sono ancora piuttosto scettica anche se, visti i risultati con i sistemi di apprendimento convenzionali, forse e’ il caso che provi anche questo. Dopo di che mi resteranno solo l’ipnosi, il trapianto di cervello o stare rinchiusa in un bunker anti-atomico con un logopedista madrelingua inglese per i prossimi 6 mesi!

Totò, Peppino e… la malafemmina. Immagine presa da vengodalsud.it

Totò, Peppino e… la malafemmina.
Immagine presa da vengodalsud.it

Comunque, pronuncia disastrosa a parte, in questi due anni qui ho fatto molti progressi nella comprensione, ma quando penso di essere pronta ad ogni domanda, trovano ancora il modo di confondermi. Circa un mese fa sono andata nel mio solito bar a prendere un cappuccino, tranquilla e rilassata perche’ in quel posto il cappuccino si presta a pochissime domande sulle possibili varianti. Ha preso il mio ordine una cassiera che non avevo mai visto, che con un ghigno satanico mi ha chiesto “il cappuccino lo vuoi wet o dry”? Ma che domanda e’? Com’e’ fatto un cappuccino asciutto??? Ci sono volute due settimane ed una paziente cassiera di Starbucks per poter scoprire che wet=piu’ latte e dry=piu’ schiuma…Non bastava dire cosi? Tanto piu’ che ne ho parlato con una collega americana e mi ha confermato di non aver mai sentito la distinzione wet/dry e che lei stessa non avrebbe saputo cosa rispondere…Ammettelo su, che un po’ vi divertite perversamente a mettermi in confusione, appena mi avvicino sentite l’odore della paura e mi attaccate nel fianco scoperto!

Lara, Ohio
Ha collaborato con Amiche di Fuso da Febbraio 2014 a Gennaio 2015

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13 pensieri su “Il segreto dell’inglese perfetto

  1. hehhheeh che ridere…interessante questa cosa del verticale..a me per il british english dicevano fondamentalmente di tenere la bocca piu chiusa,..muah
    Comunque io ho sentito capucinou, radisciou, e of course l’intramontabile bruscetah 😉

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  2. Pingback: Un anno di Amiche di Fuso | Amiche di fuso

  3. Grazie. Sono anni che dico che sebbene il tedesco non sia facile, con casi e neutri, almeno è pronunciabile. Il maledetto inglese no! Coraggio, però, passerà e anche tu entrerai nel gruppo dei miei oppositori, che sostengono che l’inglese sia meglio del tedesco! 🙂

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    • E pensare che ho sempre evitato di affrontare il tedesco e ho sempre escluso a priori dalle possibili mete di espatrio i paesi che lo parlavano pensando che fosse molto piu’ difficile dell”inglese…adesso che mi dici cosi’ mi viene quasi voglia di provare a studiarlo!!!

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