Nella Manica

Ignoro come fosse prendere un traghetto dal continente e ritrovarsi di fronte le bianche scogliere di Dover o, viceversa, imbarcarsi a Portsmouth e attraccare al porto di LeHavre – luogo triste, mi dicono oggi, che di traghetti se ne prendono pochi pochi.

Credits: Eurostar and telegraf.co.uk

Credits: Eurostar and telegraf.co.uk

Ma so –fin troppo bene – cosa vuol dire salire su questo treno in Francia e uscirne in Inghilterra, e viceversa … Cosi che quando, dopo secoli, l’ho ripreso settimana scorsa e ho scoperto che era il suo compleanno e sono già passati vent’anni dal suo primo viaggio, non ho potuto non commuovermi un po’, e non pensarvi.

Ma sai che non ci si rende conto di essere nella Manica? Mica si vedono i pesci!’. A questa frase, il mio allora fidanzato avrebbe dovuto capire lo squilibrio in cui si stava cacciando, nel continuare questa relazione oltremanica. Perché io ancora non ci credo davvero che quei venti minuti di buio mi facciano passare sotto terra e sotto il mare, quando di mare dal treno non se ne vede manco l’ombra.

Scusi, abbiamo una coincidenza per l’altra parte del mondo …. non è che ci fa prendere quello prima?’ questo fu invece l’inizio del nostro viaggio di nozze, cominciato nella neve che aveva quasi bloccato tutta la linea mentre noi, anglofoni contro ogni evidenza, ci sentivamo più vicini in spirito a Heathrow che a Charles de Gaulle dove ormai vivevamo entrambi. Dall’altra parte del mondo ci arrivammo come previsto, ma quanto ci sentimmo idioti ad aver quasi perso il volo per Down Under, se non fosse stato per una inattesa gentilezza parigina di fonte a un biglietto del tutto non modificabile e la botta di orgoglio della linea elettrica a Calais, quando tutto sembrava fermo.

Il buffo pendolarismo sottomanica, fatto di remind precisi e rapidi clic per i biglietti più economici e di surreali scene in cui tu, quasi studente, appari sgrausissimo il lunedi mattina fianco a fianco a gente bellissima ed ingioiellatissima che va sullo stesso treno per il suo Bel Tour Europeo. Loro con la faccia estatica e riposata del passaggio rapido tra due capitali, e tu con lo sguardo pendolare, tordo e agguerrito, tale e quale al Lissone – Milano Garibaldi sul carro bestiame.

Le gabole per avere la mitica Carte Blanche – che permette accesso alla lounge, ai giornali e alla colazione gratis – che L’Attento Sistema di Pianificazione Razionale vorrebbe negare al giovane che si è incaponito a voler pendolare sottomanica al minor prezzo (non vi diro’ come ho fatto ad ottenerla, che oggi il trucco l’han corretto). La millimetrica conoscenza di entrambe le stazioni e delle procedure del personale a bordo e a terra, necessaria a guadagnare preziosi metri nella folla compatta del lune mattina.

Il cambio di moneta e di fuso, in sole due ore di viaggio. La sensazione di quasi volare nel tempo verso Londra il lunedi mattina, e l’interminabile inesaurabile viaggio verso Parigi del venerdi sera.  I due portafogli, i due telefoni, le due carte del metro’. Quel fiume tutto a curve e barche che sta mezzora prima di Londra. Le luci di Gare du Nord che inizia, inizia, e non finisce mai. Gli accenti assurdi dei poveri controllori che devono fare ogni annuncio nelle due lingue. Rigorosamente prima in inglese sopra la Manica, e prima in francese sotto la Manica. I mattoni bellissimi di St Pancras, e quel maledetto Marks and Spencer Food davanti al check in, fonte di troppe tentazioni (tu, maledetto Percy Pig).

La mia Carte Blanche è scaduta tanto tempo fa e temo non me la ridaranno per questo post. E quel treno lo devo aver preso in fondo solo un centinaio di volte, molto molto meno di tanti altri pendolarismi della mia vita. Ma quei palloncini per il suo compleanno mi hanno commosso, perché se nessuno avesse costruito quel treno la mia vita non sarebbe quella di ora e i due tizi che ora di là ronfano abbracciati ai loro peluche, chissà….

Lucia, Francia

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