Quando le paure di un expat diventano realtà

Il mio espatrio in Cina, pur essendo il primo ed in una terra piuttosto ostica per un occidentale, passò senza particolari problemi. Il mio incontro con la sanità avvenne esclusivamente durante la gravidanza ed il parto come vi ho già raccontato qui. In Thailandia, purtroppo, non è stato lo stesso ed i primi mesi furono pieni di difficoltà dal punto di vista sanitario. Quasi tutte cose legate chiaramente al paese stesso, però decisamente la fortuna non ci aiutò!
Questo è un paese dove fa caldo tutto l’anno. Uno penserebbe di essersi liberato per sempre di tosse, mal d’orecchie e raffreddore ed invece il caldo fuori e l’uso sconsiderato di aria condizionata ovunque, mette a dura prova il nostro fisico che non è abituato a questi continui sbalzi di temperatura. In più qui imperano virus e batteri intestinali a causa di una generale poca pulizia unita al caldo che fanno deteriorare il cibo in pochissimo tempo. E’ abbastanza normale quindi passare nei primi tempi parecchio tempo in ospedale. Sì perché qui, anche per semplici controlli dal pediatra, occorre recarsi all’ospedale privato dove il personale almeno parla inglese, c’è uno standard di pulizia alto e conoscono bene tutti i certificati e le modalità per ottenere il rimborso dalle varie assicurazioni mediche.
Sono comunque partita preparata mentalmente a che, inizialmente, i bimbi potessero ammalarsi spesso. Da esperta di viaggi e da persona coscienziosa, mi ero anche consultata con l’USL della mia città e tutta la famiglia aveva fatto tutti i vaccini consigliati. Mi sembrava quindi di essere molto preparata, ma ancora non sapevo che non sarebbe stato sufficiente…

Dopo circa un mese che ci trovavamo in Thailandia, il mio bimbo di 5 anni iniziò ad avvertire dolore ai denti sempre più frequentemente. Sapevamo che aveva una piccola carie curata male perché essendo lui un bimbo assolutamente intollerante ad ogni cura ed andando nel panico più completo ogni volta, il nostro dentista non era riuscito a terminare il lavoro. Probabilmente a causa del caldo gli si era sviluppata una forte infezione che gli aveva intaccato tutti i canali. Pur essendoci all’ospedale un bravo dentista pediatrico, non riuscì a mettere mano nella bocca di mio figlio nonostante il dolore che lo faceva piangere giorno e notte. L’unica soluzione possibile, che ci era già stata prospettata in Italia, era di intervenire in anestesia totale dopo una forte cura antibiotica per debellare l’infezione. Il giorno prima dell’operazione, che ci creava non poche ansie, decidemmo di pranzare al mare con una coppia di amici e la loro bimba, per distrarci un po’. Mio marito al mattino aveva sottolineato il fatto che era il primo weekend che non trascorrevamo in ospedale dal nostro arrivo.
Passammo un pranzo molto piacevole. I bimbi giocarono fra di loro e ci fecero chiacchierare in serenità. Avevamo trovato un nuovo ristorantino con la terrazza direttamente sul mare ed il clima quel giorno era fresco e piacevole. Tanto che ci alzammo da tavola a pomeriggio inoltrato. Uscimmo dal ristorante e ci fermammo un minuto davanti alle auto per salutarci. Mio figlio, a pochi metri da noi, faceva l’ultimo saluto all’amichetta gridando felice e sorridente.
Io lo stavo guardando.
Fu un attimo e sul suo viso si dipinse un’espressione di dolore ed iniziò a gridare come un pazzo. Vedemmo un cane scappare via che probabilmente stava dormendo vicino alla ruota dell’auto poco prima di morderlo. Dalla coscia di mio figlio, in pantaloncini corti, usciva tanto sangue. Il proprietario del ristorante si precipitò fuori richiamato dalle urla disumane di mio figlio, ci chiese notizie del cane in un inglese poco comprensibile e poi ripetette solamente tante volte la parola “rabies”. Ci precipitammo in auto, consapevoli di non essere vicinissimi all’ospedale perché eravamo fuori città e che, con il traffico della domenica pomeriggio, il rientro dal mare non sarebbe stato rapido. Mio figlio continuava  a gridare in un modo che mi straziava. Pur sapendo che era il suo modo di reagire a qualunque dolore, forte o leggero, non era facile restare calma. Cercavo di rimanere lucida e di ricordare se fosse essenziale fare il vaccino contro la rabbia in breve tempo, ma non riuscivo a rammentarlo. Intanto eravamo in fila fermi. Tirai fuori i pantaloncini di ricambio bianchi che avevo in borsa e dissi a mio marito di sventolarli fuori dal finestrino, non sapendo nemmeno se per i Thailandesi avesse un significato. Mio marito aveva la mano fissa sul clacson, il finestrino abbassato e la faccia tesa mentre cercava di sorpassare tutte le auto che poteva. Furono 40 minuti estenuanti e la mia angoscia si placò un po’ solo all’ingresso al pronto soccorso. Lì ci dissero subito che la ferita era brutta e profonda e per questo avrebbero fatto due dosi di vaccino, a cui ne sarebbero seguite altre cinque nelle settimane seguenti, ma che la copertura dalla rabbia era assicurata. Dovetti ancora sopportare le urla ed i pianti di mio figlio durante la medicazione, ma la grande paura era ormai passata.
Era stata una giornata così serena che non potei che pensare che era proprio vero che la mala sorte ti colpisce proprio quando sei più vulnerabile perché non te l’aspetti.
Il tutto non fu privo di conseguenze, mio figlio iniziò a fare la pipì a letto per la paura e continuò per circa 10 giorni. La ferita faticò a chiudersi a causa di un’infezione ed a ogni iniezione ci furono le sue urla terribili, ma in qualche modo passammo quel periodo.
Un mese più tardi, finito il ciclo dei vaccini, arrivò il momento dell’intervento ai denti che avevamo dovuto rinviare. Credo che chiunque sia stato fuori da una sala operatoria in attesa che operassero suo figlio, possa capire come mi sentissi da madre. Per fortuna si trattava di un intervento semplice, ma era pur sempre in anestesia totale ed eravamo a migliaia di chilometri dai nostri affetti. Chi vive lontano sa che quando non si sta bene, fisicamente o mentalmente, la lontananza aggrava tutto. Si ha una paura tremenda che qualcosa possa andare storto e non si fa altro che pensare che ti trovi in un paese sottosviluppato. Furono tre ore lunghe in cui ogni genere di pensiero attraversò la mia mente. Ero sola perché mio marito era fuori con il piccolino di un anno che non potevamo lasciare a nessuno. Non tornai tranquilla finché non ebbi di nuovo la sua manina fra le mie. L’intervento era stato più complesso del previsto perché l’averlo rimandato aveva peggiorato un po’ la situazione, ma nel decorso non avemmo nessun problema e l’operato del dentista risultò perfetto. In pochi giorni mio figlio fu di nuovo allegro e sorridente.

Un mese dopo, mio marito si recò in Italia per lavoro e per vedere la sua nipotina appena nata. Stava solo tre giorni, per cui io ed i bambini rimanemmo qui perché era impensabile fare andata e ritorno in così poco tempo. La domenica mattina che partì io ed i bimbi passammo qualche minuto in giardino ad innaffiare le piante e a giocare con l’acqua. Come spesso accadeva, nonostante le precauzioni, ci punse qualche zanzara. Due giorni più tardi mi alzai tutta indolenzita. La scuola era chiusa perché era giornata di colloqui ed avevo quindi anche mio figlio grande a casa. Nel corso della mattinata iniziai a sentirmi molto debole e con sempre più male alla schiena ed al collo. Nel primo pomeriggio già non riuscivo più ad alzarmi dal divano. Chiesi a mio figlio più grande di dare qualcosa da mangiare al piccolino e cercai di resistere fino all’arrivo di mio marito che, per fortuna, tornava quel pomeriggio. Non volevo traumatizzare i bimbi lasciandoli a qualcuno. Capii subito di cosa si trattava perché un collega di mio marito aveva contratto la Dengue, una malattia tropicale, 20 giorni prima con le stesse modalità. Quando più tardi arrivammo in ospedale, mi ricoverarono subito perché avevo la pressione talmente bassa da essere vicina al collasso. Un’ora dopo arrivò l’esito delle analisi che confermavano la mia ipotesi. I bambini quella sera mi salutarono controvoglia perchè non volevano lasciarmi in ospedale. Io ero piena di dolore grazie a quella che viene definita anche “febbre spaccaossa”, ma ero tranquilla perchè qui sono molto preparati nella cura della Dengue. Cura che in realtà consisteva solo nel somministrarmi antidolorifici ed antiepiretici e nel tenermi costantemente monitorati piastrine del sangue e funzionamento dei reni perchè per la Dengue non esiste cura. E’ una malattia dalle molte facce che può passare come una semplice influenza così come portare alla morte nelle forme più gravi se non ben seguita.
Il giorno dopo trascorse fra l’alternarsi di febbre e dolore mentre mio marito gestiva i bimbi. Quando vennero a trovarmi al ritorno da scuola, il grande volle subito mettersi a letto con me abbracciato. Era venerdì ed era stanco. Dopo poco mi disse che sentiva freddo e voleva mettersi sotto le coperte con me che, nonostante i 38 gradi fuori e l’aria condizionata spenta, avevo i brividi per la febbre alta. Lo toccai e bruciava. Il sospetto fu immediato e dopo un’ora avemmo la certezza che quella maledetta zanzara aveva punto entrambi.
Ci sentivamo sopraffatti. Mio marito mi disse che appena potevamo io ed i bimbi ce ne saremmo dovuti andare dalla Thailandia, che questo era troppo. Io lo tranquillizzai e gli dissi che noi saremmo stati dove sarebbe stato lui. Che ne saremmo usciti bene anche questa volta. Non so da dove mi arrivasse quella forza.
Riuscì a farci mettere nella stessa stanza e dopo qualche ora guardavo mio figlio febbricitante dal mio letto in pediatria, senza nemmeno potermi alzare per il dolore ed i capogiri che avevo. Ancora una volta fummo poco fortunati e la forma contratta si rivelò piuttosto grave. Io, in quanto adulta, potei fare tre iniezioni di cortisone ogni volta che le piastrine nel sangue arrivarono al limite. Per mio figlio non si poteva fare niente, solo aspettare e prepararci alla trasfusione di sangue se le piastrine fossero scese troppe. Dopo 9 giorni, quando ormai eravamo pronti a questa eventualità, le nostre piastrine iniziarono ad alzarsi in contemporanea ed in due giorni fummo a casa. Distrutti, perchè la Dengue ti lascia una malefica stanchezza addosso per un periodo che va da 6 mesi ad un anno, ma a casa. Ne abbiamo portato le conseguenze a lungo, ma quello della Dengue fu l’ultimo episodio grave per i bambini.
Da allora siamo stati in ospedale solo con il piccolino due notti per una brutta forma batterica intestinale, cosa non banale qui per i bimbi per il rischio disidratazione.

In ospedalePer me invece c’è stata di nuovo paura. Ho dovuto subire un esame in anestesia totale qualche mese fa che si pensava avrebbe portato ad una brutta scoperta. Ho chiuso gli occhi su quel tavolo operatorio pensando che la mia vita e quella della mia famiglia al risveglio non sarebbe stata più la stessa. Li ho riaperti mentre l’anestesista rideva e mi diceva che avevano trovato solo uno stupido calcolo. Ho pianto e riso davanti a quegli occhi orientali praticamente sconosciuti che mi avevano comunicato una delle notizie più belle della mia vita.

Nelle mani di estranei, in questo paese lontano del sud del mondo, ho messo la vita di mio figlio e la mia.

Ormai sappiamo che la struttura è buona ed affidabile, ma rimane la consapevolezza che quando si tratta della salute tua e dei tuoi bambini, il desiderio sarebbe sempre quello di essere in Italia, circondati dall’affetto dei tuoi cari e a sentir parlare solo in italiano senza temere di non capire qualcosa di importante.
E’ uno degli aspetti forse più negativi dell’espatrio. Vorrei che coloro che dicono che è facile andarsene sapessero anche questo.

 Federica, Thailandia

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23 pensieri su “Quando le paure di un expat diventano realtà

  1. Mi sta venendo l’ansia. Qui il sistema sanitario è a mio avviso migliore di quello italiano, almeno di quello siciliano sicuramente. Però se si sta male è ad ogni modo brutto essere soli e non ricevere sostegno dalle persone care.
    Oddio Federica mi è venuta veramente l’ansia:(

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    • No dai…mi spiace!
      Comunque hai colto nel segno. Nel senso che anche noi sapevamo di essere in una buona struttura e, per alcune delle cose che ci sono capitate, forse anche maggiormente preparata perché erano problematiche tipiche di queste zone. Quello che ti destabilizza è invece proprio la mancanza dei tuoi familiari vicino. Per fortuna ci sono i nuovi amici a farti sentire meno sola. Non è la stessa cosa, ma è già molto.

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    • Giulietta, qui dove? Per quanto riguarda il sistema sanitario Siciliano ne so qualcosa, io sono fortunata essendo nata e vivendo a Brescia, qui il sistema è eccellente, ma essendo mezza siciliana conosco la via crucis del sistema siciliano che definire pessimo è un eufemismo.

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  2. Proprio vero, questo è l’aspetto di cui nessuno si rende conto prima di provarlo sulla propria pelle. Anch’io ho avuto delle brutte esperienze i primi anni in Inghilterra. Ero sola, non avevo ancora conosciuto mio marito, ho pianto tanto e mi sono sentita persa. È passata, e sono rimasta in UK e non mai cambiato idea, ma ho capito un po’ di più chi dice che in Italia si sta male ma non andrebbero mai via lo stesso.

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    • Dev’essere veramente dura quando ti capita che sei proprio sola in un paese straniero…
      Eh sì, è sicuramente uno degli aspetti peggiori dell’espatrio, forse proprio il più difficile. E, decidere di partire, vuol dire cercare di essere pronti anche ad affrontare questo. Conosco persone che partono invece senza preoccuparsi dell’aspetto sanitario o delle malattie presenti in un luogo. Non che conoscere sia sempre sufficiente per evitare i problemi, ma almeno si è un po’ più preparati!

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    • Grazie…
      Sai cosa ti dico? Che in un certo senso queste esperienze ti rendono ancora più determinata e forte. Nei momenti più bui si riesce a tirare fuori una forza che nemmeno pensavi di avere. E’ inevitabile essere sconfortati certo, perché ti sembra che il destino si accanisca contro di te, ma alla fine diventa anche una sfida che vuoi vincere perché proprio dal momento che hai già sopportato tanto, non gliela vuoi proprio dare vinta. Ovviamente senza mettere a repentaglio la vita mia e dei miei figli. In tutte le cose che ci sono capitate non avrei avuto la possibilità di salire su un aereo e partire per l’Italia perché erano tutte emergenze, ma se dopo il primo episodio non fossi stata soddisfatta della struttura ospedaliera o non mi fossi sentita serena e fiduciosa dell’operato dei medici, probabilmente me ne sarei andata dalla Thailandia. Perché OK andare avanti, ma bisogna anche sapersi fermare quando il rischio diventa troppo grande…

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  3. Mamma mia che ansia! Ti giuro che non sapevo se continuare a leggere il post o no tanto mi è venuto il ricordo di un periodo passato poco fa. Mio marito è stato ricoverato in terapia intensiva, un bel periodo teso. In ogni caso sei una roccia!
    La cosa che invece io non riesco a mandare giù è che quando spiego della mia voglia in alcune rare situazioni di essere solo in Italia fra una lingua e visi senza segreti, spesso mi viene detto : “Ma chi te l’ha fatto fare di partire?” GRRRRRR

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    • Chi ci è passato può capire fino in fondo cosa vuol dire trovarsi in certe situazioni…
      Purtroppo ci sarà sempre chi ti dirà “perché sei partita?” perché molti non hanno l’apertura mentale di capire che sì ci sono dei rischi e dei momenti difficili nella vita all’estero, ma è altrettanto vero che chi parte ha sempre una buona ragione per farlo che fa valere la pena correrli quei rischi. Anche solo se fosse per inseguire un sogno!

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    • Grazie di cuore!
      Hai ragione, quando le cose sono risolvibili tutto il resto non conta. E poi si impara ad apprezzare di più i momenti di tranquillità!

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  4. Caspita, ho letto tutto d’un fiato. Chissà che paura! Ammetto che sono subito andata a controllare il sito Viaggiare Sicuri della Farnesina onde evitare brutte sorprese! Dai vedrai che d’ora in poi andrà meglio! Un forte abbraccio virtuale

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    • Grazie per l’abbraccio che ricambio!
      Stai tranquilla perché l’Australia è uno dei paesi più sicuri al mondo in quanto a salvaguardia della salute! Al massimo devi prestare un po’ d’attenzione ad insetti, serpenti e squali!!!

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  5. Mamma mia Fede, quante brutte esperienze! Per fortuna si sono risolte tutte nel migliore dei modi, e immagino che ti abbiano insegnato qualcosa… Certo, ne faremmo tutti volentieri a meno di problemi del genere, ma sicuramente sono da mettere in conto quando si decide di espatriare, specialmente dove non si parla la lingua! xx

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  6. Sono stata in Thailandia solo due settimane, perché stavamo pensando di trasferirci li. Solo io e il mio compagno, la nostra piccola di quasi 6 mesi l’avevamo lasciata ai nonni perché il pediatra ci disse di non portarla. Non abbiamo avuto per fortuna la Dengue ma il mio compagno è stato morso da una baby scimmia. Il non capirsi con la sanità locale ci ha messo non poca ansia perché solo in pochi li sanno parlare davvero inglese in maniera decente (specialmente a Koh Phangan), fortunatamente a Koh Samui abbiamo incontrato in ospedale il primario russo che parlava tipo sette lingue ed è stato in grado di darci la procedura corretta per la profilassi anti tetanica e anti rabbia. Ma la paura c’è stata, e in quel momento ho pensato “pensa se portavo Camilla con noi.. meno male che è rimasta a casa!”. E non se ne è fatto più nulla, forse la colpa è sopratutto mia perché non me la sono sentita… abbiamo tentato il Messico ma io non mi sono trovata. Popolazione locale ignorante, troppi costi a livello di sanità.. Posto bellissimo ma per la mia personalità non fa proprio per me. Ti ammiro per la tua forza perché sei riuscita a reggere le pressioni… sei davvero in gamba. Un abbraccio.

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  7. Pingback: Espatrio? Anche questione di adrenalina | Amiche di fuso

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