L’espatrio ai tempi di whatsapp

keep calm I am crazy for whatsappAmmettiamolo… espatriare è duro.
Ma nulla in confronto a qualche decina di anni fa, per non parlare poi di chi ci ha preceduto 50 anni fa.
Certo c’è il cultural shock, la solitudine, ansia di vita “tu e io, io e tu”.
Però mantenere le relazioni con chi è lontano ora è facilitato, la sensazione di sentirsi proprio sradicato da casa non è così forte.
Io proprio sola, ma proprio sola sola, non mi ci sono mai sentita.
Anche nei mesi in cui non conoscevo nessuno e il massimo della conversazione era con la cassiera del supermercato.
Il mio cellulare, un iphone 4, è stata la mia salvezza insieme a un’ottima connessione internet, che è la cosa che più mi manca appena arrivo in Italia, ma questa è un’altra storia.
Io grazie al mio telefono so che cosa succede nel mondo. Facebook mi tiene aggiornata sui pettegolezzi, sui cambiamenti fisici, le mode. Sulla vita quotidiana di tanti.
Gli amici all’inizio mi scrivevano lunghe mail. Poi è arrivato il blog e gli amici hanno capito qualcosa in più, e abbiamo smesso di scriverci le mail, ma comunicavano tramite quello. Sapevano cosa accadeva nella mia vita.
Ci sono stati gli appuntamenti con chiacchierate via Skype. Ma anche la telefonata estemporanea.
All’inizio ricordo, che ogni volta, da brava terrona facevo fare a tutti il giro della casa, io con il computer in mano giravo per le stanze, facevo gli “onori”.
I nonni in qualche modo hanno imparato ad accettare la lontananza grazie a Skype, anche se il nipote non sempre ha voglia di parlare, ma in qualche modo ci vedevamo.
Insomma se avevo bisogno di chiacchierare o sentirmi presente il virtuale mi ha aiutato. Sì, ogni tanto mi prendeva la nostalgia, ma in generale non essendo una rosicona me la sono goduta alla grande.
Poi è arrivato whatsapp e non ce n’è stato più per nessuno.
Prima le comunicazioni one to one, poi le chat di gruppo. I nonni felici di ricevere le foto in tempo reale, i video, i messaggi della nipote “ti voglio bene”, certo alcuni estorti sotto tortura, ma loro mica lo sapevano.
Senza contare che almeno non dovevo farmi vedere in tutta la mia sciatteria, o preoccuparmi di orari, fuso.
Ricordo la commozione riuscire a parlare con Federica che si era trasferita a Singapore, ridere con le lacrime per le sue battute, e pensare: “ma è come averla qui”. Bè quasi.
Poi sono arrivate le amiche di fuso, e li proprio mi sono divertita a sapere cosa accedeva nel mondo, tra una chat e l’altra è nata un amicizia.
Lo uso cosi tanto che una volta in Italia faccio fatica a pensare che posso anche telefonare.
Ma l’evoluzione più interessante sono i messaggi vocali tramite whatsapp.
La mia passione. Ho contagiato tutti. Persino l’irreprensibile marito li usa tanto. Dice sono comodi.
Lui che al massimo mi mandava un messaggio al giorno, sempre su whatsapp chiaro, con su scritto “come va?” tanto che pensavo, ma ci sarà la funzione che ti da la possibilità di ripetere sempre lo stesso messaggio, ogni giorno, alla stessa ora?
Ora mi manda due, tre messaggi vocali. E mi piace ascoltare la sua voce. E anche quelle degli amici. Adoro gli accenti, la risata. Capisci dove ci porta la chiacchiera ed è più facile continuare a fare le 1000 altre cose, contemporaneamente.
Il top l’ho raggiunto ieri, con il marito abbiamo pure discusso via messaggio vocale di whatsapp, perchè io non voglio fare l’esame di guida qui, mi ci vedete con l’istruttore arabo che parla sola la sua lingua, che mi dice svolta a sinistra, e io lo faccio?? Come on guys … dai, non ha senso. E’ più probabile che lo guardo e andiamo a sbattere.
Il bello che il litigio via messaggio vocale è figo. Perchè ti prendi la pausa. E dai il meglio di te. Perchè quando litighi di persona magari lo sguardo, un atteggiamento ti mandano in visibilio e dici cose senza senso. Così come le parole scritte possono essere fraintese. Il tono dice tutto. Ieri io sono stata efficacissima, io che non ho mail l’ultima parola, lì l’ho avuta. E poi non devi preoccuparti che ti senta tua figlia. Litighi in libertà. E poi si fa prima la pace.
Insomma il messaggio vocale mi sta facilitando la vita. Vogliamo parlare che finalmente il mio t9, che ho impostato in doppia lingua non sceglie più per me, facendomi apparire una troglodita??
Poi pure le amiche straniere, sopratutto Amal, iniziano a mandarmi il messaggio vocale e quindi alleno l’orecchio. E pure con la mia amica Drusilla lo facciamo spesso. Adoro sentire la sua voce. E’ come averla ancora qui. Ridiamo attraverso i messaggi.
Invece le lacrime inondano i miei occhi quando sento la voce di mio nipote. O leggo si suoi messaggi.
Ma comunichiamo ed è questo che conta.

Lo so penserete, eccola un’altra malata, ecco un’altra con quella malattia che alcuni chiamano “look up” perchè sta sempre con gli occhi bassi.
Si, si lo so che pensate che tra un po’ creeranno una comunità, una rehab di recupero per quelli come noi.

Però cari expat e non solo, quanto sarebbe noiosa e triste la nostra vita senza whatsapp?

Io mi diverto un sacco. Con mio marito abbiamo la sensazione di giocare al talkie walkie.
O forse dite che non vogliamo ammettere di usare il vocale per incipienti problemi di vista??

Il whatsapp è il migliore amico dell’espatriato.
Fidatevi.

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10 pensieri su “L’espatrio ai tempi di whatsapp

  1. In 1999 ho vissuto mezz’anno da una famiglia in Brasile. Con la mia famiglia scrivevo lettere che ci prendevano 3 settimane per arrivare. Molto bello però erano i francobolli (tanti)

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    • volete il rovescio della medaglia? a me ha fatto capire chi ci tiene veramente e chi no dei miei (ex) amici lasciati in Italia… per me chi non trova neanche 3 secondi per mandarti un “come stai?” via whatsapp non ha il minimo interesse per te…e su questo non transigo! 😀

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    • Quella espressione la usa molto mia figlia. Per me rende un sacco l’idea….comunque dai non posso fare esame di guida con uno che parla solo arabo. E poi io ce l’ho già la patenta…..

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  2. Quanto hai ragione! Con whatsapp non hai mai la sensazione di sentirti lontano da tutto e da tutti! infatti, ogni volta che torno in Italia e rivedo famiglia e amici si discute della quotidianità e non di “andamento generale della tua vita all’estero”, facendo apparire tutto più normale e facendoci sentire tutti più vicini 🙂

    A me Facebook piace immaginarlo un po’ come un bar virtuale, una frase (ergo, un post), una chiacchiera (ergo, un commento)… e i contatti si mantengono 🙂

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  3. Allora, vi dico la verità! Io ‘sto whatsapp non so neanche cosa sia, non ho un cellulare, non facebook, neanche twitter, o non so che altro dovrei avere ma non ho……credo ormai di essere rimasta troppo indietro per poter imparare…però sono riuscita ad aprire un blog 🙂 e prima di aprirlo neanche mi mancava, ma ora, con quello, riesco a mantenere aggiornata la mamma 🙂

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    • io ho cominciato il mio blog anni fa cosi’ sai? mi sono convertita allo smart phone 18 mesi fa mentre andai per la prma volta all’estero per studi 12 anni fa. Ricordo comprare la carta per le telefonate internazionali dalla cabina ai miei e andare all’internet point a controllare la mail che pero’ avevano quasi solo i miei amici stranieri, non quelli italiani. Un mese dopo che conobbi quello che sarebbe diventato mio marito, io partii per una summer school a Dublino e lui per una a Cracovia. Era l’estate del 2005 e ancora ci sentivamo col metodo della carta internazionale dalla cabina e le emails controllate nella biblioteca dell’universita’ o all’internet point col gettone da un’ora e c’era sempre l impressione di non avere abbastanza tempo per dirsi tutto tutto. Oggi che e’ un anno e mezzo che i messaggi istantanei da smart phone fanno parte del mio quotidiano, mi ritrovo nella buffa situazione di continuare a sentirmi col marito via sms, telefonata o mail, mentre con tutte le amiche e’ molto piu’ comodo usare telegram o whatsapp per l’immediatezza, ma come diceva Gio qui sopra, adesso se le persone manco trovano 3 secondi per me su whatsapp o telegram, non sono piu’ disposta ad accettare gli scusa ma sai non ho tempo che spesso ricevevo in risposta alle lunghe emails di gruppo che scrivevo con il cuore in mano alle amiche lontane, per raccontare a qualcuno che esistevo ancora ma sopratttutto che inviavo nella speranza di ricevere le loro storie per leggerle e sentire la loro compagnia

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