La giungla lavorativa

Schiavizzata anche con il gomito rotto

Schiavizzata anche con il gomito rotto

Per quasi tutti gli expats arriva il momento di confrontarsi con il nuovo mondo del lavoro. Credo che per tutti il nuovo impiego sia una specie di avventura dalla quale non si sa bene cosa aspettarsi. La mia esperienza, o forse dovrei dire esperienze (visti quanti lavori ho fatto da quando sono in USA) aiuterà quella piccola fetta di connazionali che si troverà a dover cercare un impiego e a destreggiarsi con sistemi a lui sconosciuti. Prima di partire per gli Stati Uniti avevo trovato, per caso, un lavoro per due mesi. Si trattava di qualcosa nel mio campo di studi, inizialmente non sapevo neppure dove sarei dovuta andare, ma sapevo che da qualche parte bisognava pure iniziare e così accettai. Fui molto fortunata perchè la sede del laboratorio di restauro era nel Sud della California, in una bellissima città sul mare. Quei due mesi si trasformarono in due anni e li imparai molte cose, la prima su tutte: la grande differenza tra le tempistiche italiane e quelle americane. In Italia, dove non mi pareva di prendermela comoda, avevo a disposizione tutto il tempo necessario per portare a termine un progetto, certo avevamo dei limiti, ma la cosa fondamentale era che il risultato fosse ottimo. Una volta messo piede nel laboratorio americano mi ritrovai, invece, a dover gestire una mole di lavoro incredibile in tempi strettissimi. Quello che in Italia avrei potuto fare in un paio d’ore, qui lo dovevo finire in 0.25 (qui le ore si suddividono in quarti, quindi 0.25=15 minuti, 0.50=30 minuti, 0.75=45 minuti,…). Vivevo con il costante fiatone mentale (e pure un po’ fisico…). La mia vita ormai era scandita a colpi di 0.50, 1.75, 0.25 e così via. Avevo anche provato a far accettare i miei tempi, ma non ero riuscita nemmeno  a  scalfire il rigidissimo sistema che tutti seguivano da sempre. Dopo qualche mese iniziai a sveltirmi, ma ancora oggi non concordo con questo metodo pressante perchè il risultato, almeno nel mio campo, ne risente.

L’altro grande scoglio che tutti affrontiamo è quello posto dalla lingua. Oggetti banali o arnesi del mestiere diventano difficilissimi da descrivere, rallentando ancora di più il processo d’apprendimento del nuovo lavoro. Perchè è di questo che si tratta: apprendere di nuovo una cosa che fai magari da anni. Il vocabolario del restauratore è già bizzarro nella lingua madre, doverlo imparare in inglese è stata un’impresa parecchio ardua, non priva di momenti esilaranti. Chi ha la fortuna di lavorare con persone che parlino o capiscano la loro lingua forse non si rende conto di quale fortuna sia. Io sono stata una delle fortunate, ma solo in questo primo impiego, perchè parte dello staff era bilingue. Peccato che non sapessero nemmeno mezzo termine tecnico in italiano… Da li, le agevozioni di lavorare con qualcuno che capisse l’italiano finirono. Mi ritrovai, complice la crisi economica, a cercare nuovi impieghi in campi molto molto diversi dal restauro. Feci colloqui per insegnare italiano, per lavorare come commessa, per fare la cassiera e persino la segretaria. I colloqui e gli infiniti moduli da compilare erano diventati una via crucis giornaliera. Mi ritrovai, ad un certo punto, ad avere 4 lavori allo stesso tempo, tutti part time, tutti pagati pochissimo. Perchè ormai mi ero abituata bene: ero passata dal misero stipendio italiano pagato una volta al mese, ad un ricco assegno settimanale, in quei due anni al laboratorio. E ad essere pagati ogni settimana, giuro, ci si abitua SUBITO 🙂 Quello a cui non ci si abitua (nel caso siate liberi professionisti) è il fatto di dover mettere da parte abbastanza soldi per pagare le tasse. Tasse che non sono così alte come in Italia, ma che fregano perchè non vengono trattenute (sempre e solo se non siete dipendenti, altrimenti le trattengono anche qui). Così, per la prima volta nella vita, mi sono anche ritrovata a dover essere commercialista di me stessa, che per quanto IRS sia meno complicata della sua controparte italica, non è stata cosa semplice. Insomma, le cose che ho imparato essere fondamentali prima di decidere se accettare un lavoro negli Stati Uniti sono le seguenti: pacchetto benefits (assicurazione sanitaria, pensione, malattia,..), orario di lavoro e possibilità di far carriera. A differenza dell’Italia qui non si usano molto i contratti, è quasi tutto “at will”, che vuol dire che ci si può licenziare anche senza preavviso, ma si può essere lasciati a casa con uguale facilità. Le regole sono ferree e vengono seguite da tutti (quelli che vogliono continuare a lavorare li) e si viene sempre pagati nella data prestabilita. Una delle cose più difficili a cui abituarsi è il numero di giorni di ferie. Finora non ho mai avuto un lavoro con ferie retribuite (ne’ con benefits), ma sono comunque stata fortunata perchè sono sempre riuscita a farmi dare abbastanza giorni per poter tornare in vacanza in Italia. L’americano medio non ha più di una settimana all’anno, e noi che ci lamentiamo delle nostre… 4? Idem con i giorni di malattia, maternità, infortunio e così via. Ah! Dimenticavo la pensione… e la liquidazione. Anche queste sono due creature mitologiche che vivono nel magico mondo del pacchetto benefits. Insomma, se siete persone altamente organizzate, stacanoviste e con zero piani per le ferie dei prossimi 5 anni, credo che in America farete fortuna. Se, come me, lavorate per vivere e non il contrario, vi suggerisco di pensarci due volte prima di fare il salto verso il Nuovo Mondo perchè ad aspettarvi non ci sono molti soldi ma solo un gran bagaglio di cose nuove che potrete imparare.

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3 pensieri su “La giungla lavorativa

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