Espatriare è imparare a contare principalmente su sé stesse

Se mi chiedessero quale è la cosa più importante che ho imparato nei miei anni di espatrio, risponderei proprio che è stato imparare a contare principalmente su me stessa.
Io, come gran parte delle donne expat, non sono andata all’estero sola, ma con mio marito. Il motivo dell’espatrio è stato proprio il suo lavoro. Una professione impegnativa che ha, da subito, definito naturalmente i nostri ruoli: lui lavora fuori casa e guadagna, io mi occupo di lui, dei nostri figli e di quasi tutto quello che concerne scuola e casa. Questo non vuol dire che lui si disinteressi di tutto ciò che esula dal suo lavoro, ma sicuramente il quotidiano è tutto sulle mie spalle.
In questi  quasi 5 anni di espatrio è stato fondamentale imparare a risolvere per conto mio le tante difficoltà che mi sono trovata davanti. Certo, essere in paesi non del tutto facili come la Cina e la Thailandia, mi ha messo maggiormente alla prova, ma io ritengo che ogni espatrio richieda una grossa crescita personale in termini di coraggio, intraprendenza, fiducia in sé stesse, capacità di mantenere i nervi saldi.
Quando partimmo la prima volta, direzione Cina, io pensavo di essere abbastanza pronta grazie al fatto di aver lasciato casa dei miei genitori giovanissima per trasferirmi in un’altra città ed avere fatto diversi viaggi in completa solitudine. La mia era invece presunzione perché, se era vero che ero avvantaggiata rispetto ad altri, era altrettanto vero che mi sono comunque trovata davanti barriere notevoli quali la lingua e la grande diversità culturale. Con la seconda avevo più dimestichezza, proprio grazie ai viaggi, mentre la prima ha reso complicato fare qualsiasi cosa.

Sorrisi a Wuxi - CinaCon un marito al lavoro da mattina a sera, ho dovuto fronteggiare sola le piccole difficoltà di ogni giorno, rese enormi dall’impossibilità di comunicare. Ogni piccola situazione, dal condizionatore che non funzionava alla farina da trovare, diventava uno scoglio enorme. Nel mio quotidiano trovare qualcuno che parlasse inglese era impossibile.
Come ho fatto? Non ho avuto voglia di dedicarmi seriamente allo studio del cinese. Un po’ per la difficoltà, un po’ perché sapevo che la nostra sarebbe stata un’esperienza a termine. Ho iniziato così ad imparare la cosiddetta “arte dell’arrangiarsi”, capacità che ogni expat dovrebbe fare propria. Ho imparato a pronunciare in cinese le parole base che mi potevano servire per le piccole faccende quotidiane. Ho sfoderato quanti più sorrisi possibili perché è una certezza che, in ogni luogo del mondo, chiunque è più disposto ad aiutarti se hai un bel sorriso stampato sul viso. Ho cercato di forzarmi ad uscire anche se all’inizio avevo paura di affrontare ogni cosa. Certo, non sono mancati i momenti di sconforto nelle giornate in cui niente filava liscio, ma dopo essermi fatta un bel pianto liberatorio, cercavo di ripartire più positiva che mai.
All’inizio, ogni volta che dovevo affrontare un’incombenza più difficile e mio marito non poteva accompagnarmi, cadevo in un vero e proprio stato d’ansia. Poi, piano piano, imparando a cavarmela nei i piccoli esercizi quotidiani, ho preso coraggio ed intraprendenza ed, oggi, non mi getta più nel panico andare da sola dal medico ed affrontare una conversazione in una lingua non mia. Pur non conoscendo una parola di Thai e non essendo ancora assolutamente padrona nemmeno dell’inglese.
Quando poi non si è più sole con sé stesse, ma arrivano anche i figli, si è ancora più costrette ad essere forti e preparate a tutto perché, noi mamme, rappresentiamo la loro colonna portante, nelle situazioni di espatrio ancora di più che in una vita normale circondati dai propri affetti.

Autoscatto a Suzhou
Con il tempo alcune cose straordinarie sono diventate normali. Non è un problema essere sole a casa di notte perché tuo marito è in trasferta o sole in un letto d’ospedale perché lui deve lavorare. Pur essendo a migliaia di chilometri dalla tua famiglia d’origine e dal mondo a cui appartieni. E’ questa una cosa a cui bisogna imparare a non pensare perché altrimenti lo stato di smarrimento è dietro l’angolo. Occorre pensare che siamo noi, in prima persona, a dover affrontare le difficoltà. Occorre imparare a non appoggiarsi troppo agli altri. Per riuscire sempre a farcela innanzitutto, e perché poi diventa ancora più bello quando invece possiamo scioglierci ed arrenderci nell’abbraccio del nostro compagno.

Imparare a cavarsela da sola non è sempre facile e richiede un continuo sforzo di adattamento. Quello che si guadagna però è una crescita di autostima enorme alla quale poter attingere nei momenti più duri e che ti fa stare bene ovunque nel mondo.

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25 pensieri su “Espatriare è imparare a contare principalmente su sé stesse

  1. Sicuramente l’espatrio e questo dover contare quasi solamente su se stesse non è alla portata di tutti… ma altrettanto sicuramente per chi ce la fa è un guadagno enorme. Tanto di cappello a te per avercela fatta in paesi così diversi e immagino challenging come la Cina e la Tailandia 🙂

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    • Diciamo che soprattutto la Cina mi ha messo a dura prova! Soprattutto il periodo trascorso in una prima città dove erano poco abituati agli occidentali e addirittura si fermavano a fotografarmi per strada!
      Comunque ribadisco che, qualunque sia la meta, ogni espatrio preveda delle difficoltà e serva uguale coraggio per affrontarlo.

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  2. Pingback: Sulla passione per un nuovo progetto | Mamma in Oriente

  3. Complimenti Federica! Mi rivedo in tutto quello che scrivi, anche se il mio espatrio credo sia stato molto molto più semplice del tuo. Ci siamo trasferiti, per il lavoro di mio marito, in UK. Ho lasciato un lavoro full time che amavo per fare la mamma a tempo pieno. Ho faticato all’inizio, ma poi ho carburato. Certo che in inglese è stato tutto più semplice! Ma non ti nascondo che anche qua ho avuto attimi di sconforto. Passano, la sappiamo. Ritornano. E ripassano. Ma si va alla grande dopotutto, no?
    Buona giornata!
    Miriam

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    • Sì, i momenti di sconforto vanno e vengono. In certi giorni se si è un po’ giù di corda, basta un niente per peggiorare le cose. Ma come dici tu, così come arrivano se ne vanno. Ed è vero che si va alla grande perché a mio avviso tutte le esperienze all’estero valgono assolutamente la pena di essere vissute. Non sarei la stessa persona oggi se fossi rimasta sempre nello stesso luogo. Forse non sono migliore, ma sono sicuramente più ricca dentro!

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  4. l’espatrio in certi Paesi necessita di un equilibrio e di una solidita notevole. Ci vuole aperture e capacita di andare al di la delle proprie abitudini , e poi come ben dici l’arte di arrangiarsi regna sovrana! E questo vale in tutti I Paesi, facili o fdifficili che siano. Ho visto espatriate assolutamente incapaci di reagire in posti come Parigi dove tutto e’ su un piatto d’argento. La condizione mentale giusta e l’essere positive sono necessary ovunque, potenziati poi in paesi duri.
    Ti capisco, sono 17 anni che me la sbroglio destreggiandomi tra le mille cose che pesano sulle mie spalle, ci sono stati posti come l’India in cui a volte ho sentito il peso dell’essere sola a gestire gran parte delle cose (mio marito era via per tre settimane al mese), ma ho sempre guardato ai lati positive della vita li (Paese che ho adorato) e mi e’ servito a mantenere il sorriso.

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    • Ho sentito sempre parlare dell’India come di un paese difficilissimo per l’espatrio eppure è un paese che per tante cose mi incanta e, sono sicura, che anch’io come te cercherei di “vedere” soprattutto i lati belli. Hai detto una cosa molto importante perché se l’espatrio si affronta con positività, tutto risulta più semplice. 17 anni d’espatrio sono tantissimi… Complimenti, praticamente sei una veterana!!

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      • 17 anni sono tanti, ma non tornerei indietro per nessun motivo, e pensare che quando sono partita nel maggio del 1997 incinta di 4 mesi, ero letteralmente terrorizzata…. Parigi la nostra prima metà mi sembrava dall’altra parte del mondo! E poi fortunatamente essendo una grande ottimista di natura ho subito preso il tutto positivamente e ci ho preso gusto.
        L’India è un Paese duro ma straordinario, me ne sono innamorata, gli indiani sono fantastici, aperti, solari, intelligenti. Certo ogni tanto devi cercare di fare astrazione della realtà che vedi intorno per sopravvivere!comunque non ci sono mezze misure, o lo adori o lo odi a noi è andata bene tutti e cinque ce ne siamo innamorati!

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      • Sicuramente 17 anni di espatrio fanno crescere tanto in tutti i sensi. Dev’essere emozionante guardarsi indietro!
        Credo anch’io che l’India non sia luogo da mezze misure, per fortuna che tu e la tua famiglia vi siete trovati bene.
        A presto!

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  5. Hai centrato in pieno, complimenti. Noi siamo in una piccola città australiana da quasi un anno, e al giro di boa penso molto a questi ultimi mesi di difficoltà e adattamenti. La frase che sento senz’altro di più mia è “Quello che si guadagna però è una crescita di autostima enorme alla quale poter attingere nei momenti più duri e che ti fa stare bene ovunque nel mondo.”
    Continuate così ragazze, è bello leggervi e sapere che in fondo non siamo così sole 😉

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    • Ciao Francesca e benvenuta!
      No, non siamo assolutamente sole e poter condividere è bellissimo!
      La crescita di autostima è importantissima perché va a migliorare ed equilibrare tutti i rapporti con gli altri e le nostre reazioni a ciò che ci succede. Ed è, soprattutto, un patrimonio prezioso che resta dentro di noi.

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    • Hai ragione. Io sono partita da sola e per forza di cose mi sono trovata ad affrontare tutto senza sostegno o aiuto di qualcun altro.
      Oggi vivo col mio compagno e il nostro bimbo. Il mio compagno non è ancora sicuro col tedesco, quindi faccio tutto io. La cosa a volte però mi pesa perché mi sembra tutto insormontabile e vorrei qualcuno facesse le cose per me.
      La verità è che ho fatto un figlio in modo che lui cresca bilingue e faccia lui tutte lo rogne burocratiche e altro per noi 😉

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      • Benvenuta Giulietta!
        Eh di coraggio ce ne vuole veramente tanto per partire da sole…complimenti!! E capisco quella voglia, almeno ogni tanto, di appoggiarsi a qualcun altro.
        Ottima strategia un figlio bilingue!!

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  6. Ho adorato questo tuo post Federica parola per parola, che ho letto oggi dopo una mattina difficile da expat che mi ha portato a scrivere un post “di pancia” di conseguenza.
    Sempre sagge parole le tue. Un abbraccio

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    • Conosco bene il significato di giornate difficili! Ci sembra sempre difficile rialzare la testa dopo, ma poi è questione di poco e riusciamo a far riemergere il nostro essere forti. D’altronde non saremmo credo nessuna all’estero se non fossimo forti e coraggiose.
      p.s. scrivere post di pancia è sempre liberatorio anche per me!
      un abbraccio

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  7. Bellissimo post, grazie! Sono una speranzosa “futura” expat in Australia, che legge le vostre storie ed i vostri commenti con piacere per cercare di prepararsi il più possibile al grande salto con due figlie piccole. Ho un quesito da porvi: nella maggior parte dei casi mi sembra di aver capito che sono I mariti/compagni a lavorare e le donne a prendersi cura di casa e famiglia, spesso dopo aver lasciato il lavoro nella madrepatria. Come mai? Grazie

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    • Ciao e grazie per il tuo commento.
      Apri uno spunto interessante. Credo che i motivi siano principalmente due. In primo luogo perché la situazione classica di un’intera famiglia con figli che espatria è di solito legata ad una proposta professionale molto interessante e, di solito, le proposte molto interessanti purtroppo in Italia sono ancora rivolte soprattutto alla classe lavorativa maschile. Anche perché il settore manageriale e quello dei tecnici specializzati che più sono richiesti all’estero sono prettamente maschili.
      Diverso, ma è per quello che so io molto più raro, quando una famiglia intera decide di espatriare per iniziare una nuova vita senza che questo sia legato a proposte precise lavorative. E mi sembra di capire che quello della tua famiglia sia uno dei rari esempi!
      In secondo luogo è innegabile che, quando si espatria, i bambini abbiano bisogno, pur nella loro grande adattabilità, che gli venga ricreato attorno un ambiente e delle abitudini di continuità e, di solito, siamo noi mamme ad occuparci di questo mentre il papà si occupa delle “entrate”!!
      Spero di aver risposto ai tuoi dubbi!

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      • Grazie molte per la risposta! È vero, la mia famiglia è un caso particolare, perché nonostante tutto stiamo cercando con cocciutaggine di andare in australia. Io di lavoro sono architetto e spero all’estero di ottenere delle soddisfazioni professionali e di poter lavorare in vere aziende e non più In piccoli studi disorganizzati come spesso accade in Italia. Ovviamente ci vorrà del tempo, prima devo sistemare bene le bimbe tra asili e tate…ma l’idea di cercare lavoro “alla pari” sia io che mio marito, una volta ottenuto il visto, è già una bella soddisfazione. Certo la paura è tanta e sotto sotto spero che mio marito riceva una bell’offerta al più presto, così da potermi occupare prima della famiglia ed organizzare con calma il mio rientro nel mondo del lavoro downunder…chissà! Bellissimo il lavoro che state facendo, continuate così!

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      • Allora un grosso in bocca al lupo! Spero che tutto vada come lo stai immaginando.
        Grazie, fa piacere sapere che stiamo andando nella direzione giusta!

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  8. Mi sono molto ritrovata in questo bel post, e soprattutto vi ho ritrovato i miei anni “tedeschi” durante i quali, anche causa scarsa lungimiranza, mi ero sentita troppo transitoria per imparare la lingua e sempre molto aliena alla società locale. Lavoravo e facevo parte un un mondo-bolla fatto di stranieri, che pure era meraviglioso! col tempo però ho sentito il bisogno di mettere nuove radici e ho optato per metterle nella patria di mio marito, la Svezia, dove ci siamo trasferiti. Forse per una coppia tutta italiana le radici non si perdono mai davvero, non lo so, me lo sono chiesto. Da quando vivo in Svezia quindi mi sento una expat in modo un filo diverso, avendo contatto con la sua famiglia e avendo imparato la lingua. Ma è comunque sempre un’avventura! Grazie di aver creato questo luogo virtuale!

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    • Ciao e benvenuta!
      Sicuramente quando ci si trasferisce nel paese del proprio compagno, si entra in contatto con quella terra in un modo molto più profondo e si ha certamente una porta d’accesso privilegiata ed una velocità di integrazione maggiore. Anche se credo, ugualmente, che dipenda sempre da quanto una persona è disposta ad aprirsi. Se si è entrambi italiani si tende un po’ di più invece a mantenere usi e costumi propri, ma la differenza la fa di nuovo la predisposizione ad assimilare anche le diversità del paese d’adozione. Come dici tu, è sempre comunque una bella esperienza!

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  9. Pingback: A.A.A. Babysitter cercasi a San Francisco | Amiche di fuso

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