Tranquilli a porta chiusa

Anni fa era il tempo in cui si dividevano gli appartamenti col maggior numero di persone, per ridurre le spese e vivere in zone che altrimenti avremmo potuto vedere solo con il binocolo.  E quindi eccoci, in quattro a dividere tre stanze, una sala e una cucina passante, tre italiani e un inglese, Richard. A Richard, che li’ intorno c’era nato, doveva essere parsa piuttosto esotica l’idea di vivere nella sua città con gente che non fosse inglese. Un po’ di comoda internazionalizzazione a casa, da raccontare in ufficio, condita da pasta, olio buono e prosecco.

La convivenza era ottima: avevamo tutti alle spalle qualche esperienza di flat sharing e di vivere qua e là. Ci eravamo velocemente sistemati con un sistema elaborato ma efficace per dividere le spese, tanta autonomia condita da qualche cena di famiglia, e molto rispetto per il numero di scaffali che ciascuno aveva nel frigo, in cucina e in bagno. La sola cosa che personalmente mi turbava di Richard era il suo inglesissimo modo di tenere il burro, fuori dal frigorifero, nel portaburro. Esattamente quello che faccio io ora, tra l’altro.

Fino al giorno, dopo nemmeno due mesi, in cui Richard annuncia che non ce la fa, e che se ne va. Perché – ci dice –

–         Non ce la faccio a sopportare che voi parliate in italiano.
–          Scusa, ma …. parliamo mai italiano quando ci sei tu?
–          No.
–          … ??
–          Ma quando magari io sono in camera mia (con la porta chiusa, ndr) vi sento parlare in italiano tra voi e mi sento a disagio
–          …????

credit: infrogmation of new orleans

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E dopo poco se ne andò, sempre confermando la versione dell’intollerabile disagio di non poter capire cosa dicevamo, pur avendo deciso di restare in camera con la porta chiusa (segnale internazionale e interculturale del ‘mi sto facendo i fatti miei e non cerco interazione’).

Sull’episodio poi ci si ricamò molto, per anni, sul fatto che Richard fosse in realtà segretamente innamorato o della mia inquilina o del mio coinquilino, e che avesse realizzato di non aver speranza, o di altri screzi che potremmo non aver notato. Ma lui non ha mai smentito o cambiato versione.

Io però, vi dico, continuo in fondo a credere alla surreale versione originale. Perchè quando sei madrelingue inglese sei cresciuto abituato a comprendere tutto, e non hai mai avuto l’esperienza di essere tu solo nella metro, con intorno gente che dovrebbe parlare inglese ma tu non capisci un tubazzo. E anche sei hai viaggiato, son sempre gli altri che ti sono venuti incontro: yes, sir, good morning sir. E anche se hai studiato e viaggiato e sei un tizio sveglio, avere costantemente intorno qualcosa che non capisci può essere intollerabile e invivibile al punto di.

Richard non lo sento da anni, e non so che abbia fatto tranne fare un sacco di strada nel suo lavoro. Però per me resterà sempre colui che mi ha fatto vedere questa cosa bella del bilinguismo, o meglio, che mi ha fatto capire  dal vivo il grosso rischio del monolinguismo e di essere troppo parte di una  cultura sola, specie se dominante. Essere bilingue vuol dire il più delle volte far parte di due culture, vuole dire essere sceso naturalmente a patti  con il fatto che ci siano altre lingue, che non tutto sia comprensibile, e di essere ben cosciente che il mondo non si esaurisce dove sei tu.

Questa è una cosa che mi rassicura sempre, quando penso al caos linguistico in cui potrei aver immerso i miei bimbi.

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4 pensieri su “Tranquilli a porta chiusa

  1. Assolutamente vero: un paio di anni fa il fidanzato inglese di una mia amica venne a vivere da lei in Italia…. in un anno e mezzo il suo vocabolario comprendeva si e no una ventina di parole, quando un’altra mia amica, assolutamente negata con l’inglese, in una settimana di Londra è riuscita ad imparare persino la contrattazione dei prezzi. Diciamo che noi siamo più capaci di arrangiarci,e linguisticamente siamo molto più aperti.

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