La mia prima volta

Un po’ mi secca ammetterlo, ma io sono solo una delle tante. Perché gira che ti rigira si scopre che sono tantissime le donne che son espatriate per amore. Per amore di quello che allora era il mio compagno, ora mio marito e padre dei miei figli. Ma anche per amore dell’avventura e della scoperta, se vogliamo. Perché la verità è che son sempre stata una persona irrequieta, curiosa, una viaggiatrice più che una turista: ho una laurea in lettere, ma una specializzazione in geografia culturale e i miei amici, quando ho annunciato che sarei partita per trasferirmi in Svizzera, non mi hanno chiesto increduli: parti ?! Ma piuttosto: vai così vicina? Pensavamo più al Sudamerica, o qualcosa di simile, conoscendoti. Ecco, in effetti, per come sono io, forse sarebbe stato meglio. Ma son partita per amore, no?

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Così vicino così lontano.

Già: la Svizzera è dietro casa, ma gli italiani non considerano mai che la Svizzera non si esaurisce al Canton Ticino, che ad esempio nel mio caso ho dovuto mettermi a 30 anni suonati a studiar tedesco da zero e che per di più, che nella Svizzera tedesca non parlano praticamente mai Tedesco ma Schwiizerdütsch, il melodico svizzero tedesco: una bella serie di dialetti gutturali che variano da città a città e da cantone a cantone. Olè. E quindi impara il tedesco e mettilo pure da parte, perché manco in ospedale o in banca ti servirà così tanto, in realtà, non lo dico per dire. Se sei così fortunato da lavorare e vivere in ambito internazionale potrai cavartela con l’inglese, se non è così, e magari hai dei figli che andranno negli asili e nelle scuole locali, dovrai imparare prima il tedesco e poi almeno a capire il dialetto.

Ma non è solo la lingua. Non sono il clima, o il cibo, tutte cose a cui ci si adatta, direi, con relativa facilità. Che se non sei un po’ adattabile non parti nemmeno, no?  Mai provato a far una battuta ironica a degli svizzeri tedeschi? Ecco probabilmente non riderà nessuno. No, non è bello. Quindi se non lo vuoi fare come esperimento sociologico, te lo sconsiglio. Ti sentirai come un comico fallito su un palco da cui vorresti scappare. Per poi scoprire che a quella battuta si sbellicano spagnoli e sudamericani, per dire. Un motivo ci sarà. O che gli anglosassoni son chiusi sì, ma sono molto molto più friendly, quindi aver almeno un primo contatto, tipo la concessione di un saluto e di un sorriso, non dico tanto, sarà più semplice.

Poi la vicinanza ha anche i suoi vantaggi, ovvio. Puoi tornare più facilmente a trovare amici e parenti, a far shoppig in italì (se trovi il tempo, io con due figli piccoli ormai vivo di shopping on line, ovunque mi trovi), sanno fare un cappuccino e un caffè molto migliore che in Germania, non dipendi dagli aerei eccetera. Ma questo ha anche i suoi lati negativi. In questo modo l’integrazione risulterà anche un po’ più difficile, perché vivrai con un piede da una parte e uno dall’altra…

L’Integrazione

Ecco sì, bella parola. Io mi ritengo una persona aperta, curiosa: ho sempre viaggiato tanto, da sola, mescolandomi alla gente e volendo entrare quanto più riesco in contatto con la cultura locale. Ci son luoghi dove questo è possibile e luoghi dove lo è meno. Ma cos’è la vera integrazione? Ci son posti dove resterai sempre straniero, e quindi per me l’integrazione è semplicemente sentirsi a casa, star bene, avere una rete di relazioni, il che non significa per forza con i locali. Se sei in procinto di espatriare ben presto scoprirai che sarà molto più facile stabilire relazioni con altri éxpat. Io che ero una fan del concetto di integrazione, e “no, non voglio fare la classica italiana che sta solo con gli italiani”, ho passato il mio primo anno di vita a Zurigo a studiare il tedesco come una matta, a non frequentare italiani, a dire di no a inviti di divertenti e vivaci gruppi di spagnole perché insomma volevo concentrarmi sul tedesco e non distrarmi con la suadente lingua dei nostri calienti cugini. Risultato: in un anno son diventata proprio bravina col tedesco, son riuscita a frequentare dei corsi di specializzaione per insegnare e a scrivere le mie tesine in tedesco, son riuscita a far colloqui di lavoro in tedesco e a trovar lavoro come insegnante. Ma quanto a socializzazione e integrazione non c’ero proprio. Al massimo ho fatto capoeira con una ragazza peruviana e un gruppo in cui si parlava un mix tra spagnolo, brasiliano, svizzero tedesco e tedesco, ho conosciuto un po’ di rifugiati politici iraniani, parecchi sudamericani, un australiano, tanti asiatici, ma nessunissimo svizzero… L’anno dopo ho cominciato a frequentare degli italiani, molti dei quali son ancora amici, nonostante gli innumerevoli spostamenti successivi, con buona pace dell’integrazione. E sono stata meglio.

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Il lavoro.

Sì, sono espatriata per amore, ma non ho pensato nemmeno mezza giornata che mi sarebbe piaciuto far la moglie al seguito (che non c’è nulla di male, per carità), anche perché andavo in Svizzera, mica in Ghana, no? Qualcosa avrei pur trovato. Il fatto è che se hai un lavoro di tipo tecnico, che so, sei un informatico, un ingegnere, un fisico, molto probabilmente riuscirai a trovar lavoro, anzi sicuramente troverei condizioni molto migliori che in Italia. Se fai lavori più particolari, magari in ambito umanistico o della comunicazione, come nel mio caso, le cose potrebbero esser più difficili. Se poi hai dei bimbi piccoli, ancora di più.

Io personalmente non ho mai mollato, ho sempre fatto qualcosa, tra studio e lavoro, facendo salti mortali, guadagnando poco e stressandomi moltissimo, anche sbagliando, a volte perdendo tempo dietro a progetti che non mi hanno dato molto. Ma realizzando anche cose belle, che forse non avrei fatto se non fossi espatriata e avessi avuto un lavoro fisso, come i miei libri. Detto ciò, sarò pazza, ma lavorare mi piace, l’idea di rinunciare definitivamente alla mia indipendenza mi fa star malissimo e continuo a lottare, sì perché in certe condizioni di questo si tratta. Lo sanno le mamme lavoratrici, lo sanno le donne éxpat quanto sia dura a volte: una mamma éxpat senza un contratto fisso suona un po’ come una scelta kamikaze, e non nego che non lo sia…ma almeno due libri li ho pubblicati, e un piccolo grande successo personale, anche se non son brava a farmi i complimenti, lo è.

 I fattori da tener presente son tanti, e diversi per ognuna, ovviamente. Io al primo giro il lavoro l’avevo scovato, me lo ero sudata, anzi. Eppure la parte più dura è stato il primo anno di lavoro, non quello precedente: quando entravo in aula professori e nessuno mi rivolgeva il saluto, figurarsi due chiacchiere tra colleghi. Quando le classi erditate da un’altra insegnante, svizzera, non mi accettarono benissimo, perché non ero svizzera, perché non parlavo svizzero, ma tedesco (sigh), perché forse non ci prendevamo caratterialmente, perché secondo loro ero giovane, perché non ero lei. E’ stata dura, la domenica sera avevo dei veri attacchi d’ansia, l’anno successivo però la situazione è migliorata, mi son fatta conoscere, son subentrati nuovi studenti, son diventata più sicura di me… e mio marito ha pensato bene di cambiare lavoro. E città. Di nuovo. E io non sapevo se mettermi una pietra al collo e gettarmi nella Limmat (il fiume di Zurigo) o tirargli in testa la suddetta pietra per farlo rinsavire. Non è rinsavito. Ho cambiato casa, città, lasciato il lavoro, salutato gli amici… E la storia continua. Ma mica vorrete sentirla tutta oggi, no?

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L’ironia

Non sempre è facile. Non sempre è entusiasmante, anche per una persona positiva e curiosa. Dicono che l’espatrio aiuti ad aprir la mente, io son andata in un posto dove l’apertura mentale non è proprio la dote nazionale principale. Ma ora che ci penso è proprio a questo punto dell’avventura che ho aperto il mio primo blog, è a questo punto che ho messo piedi nella casa in cui ho sentito fortissimamente: qui nascerà nostro figlio, anche se non ero ancora incinta, anzi venivo da un aborto spontaneo ed ero piuttosto scossa. L’ho sentito e così è stato. E’ a questo punto dell’avventura che l’ironia ha cominciato a essere davvero la mia fedele compagna, perché diciamocelo, quella aiuta tanto, o almeno ha aiutato me. E questa è, spesso la chiave di lettura della mia vita di éxpat, di mamma, di donna e di blogger.

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