Cervelli (ma piu’ che altro corpi) in fuga

Fino a piu’ o meno tre anni fa, il pensiero dell’espatrio non mi aveva mai minimamente sfiorato. Nel senso che lo avevo preso in considerazione, ci avevo riflettuto molto bene e avevo deciso che non faceva per me, anche se sapevo che poteva essere molto importante per il mio percorso lavorativo. Ma facciamo un passo indietro. Sono cresciuta in un piccolo paesino della pianura padana, di quelli dove tutti si conoscono e i segreti durano il tempo di percorrere la strada dalla casa al bar della piazza. Insomma, la tipica provincia soffocante da cui i giovani sognano sempre di fuggire. Io invece mi ci trovavo bene, mi piaceva che i negozianti mi chiamassero per nome e che bastasse andare nei giardinetti per trovare sempre qualcuno con cui fare due chiacchere. Uscivo, facevo qualche breve viaggio, esploravo, ma poi tornavo sempre li’, in quello che era il mio “ombelico del mondo”.Poi, finita l’universita’, ho conosciuto il Tecnico e mi sono innamorata alla follia di lui, che era il mio esatto opposto: viaggiatore instancabile, indipendente, inquieto, sempre alla ricerca di un ‘altrove’ dove stare meglio. Eravamo biologi entrambi, ma per ironia della sorte lui era bloccato in un lavoro statale che lo avviliva ogni giorno di piu’, io ero libera e precaria. Lui chiedeva ogni mese di poter andare all’estero per un periodo di formazione, io rifiutavo con decisione le continue pressioni del mio capo, che voleva spedirmi in giro per il mondo. Avevo scelto di fare ricerca sui tumori perche’ mi appassionava tantissimo, sognavo di fare scoperte sensazionali e sapevo che qualche mese all’estero avrebbe fatto molto bene alla mia formazione e alla mia carriera, ma il pensiero di stare lontana dalle persone che amavo mi sembrava intollerabile. Quindi mi accontentavo di borse di studio modeste, in un piccolo laboratorio, con l’incubo del mancato rinnovo ogni sei mesi. Mentre il Tecnico, che nel frattempo era diventato mio marito, era sempre piu’ frustrato, apatico e nervoso. Nel 2011 il mio capo mi chiese di fare sei mesi a Columbus, Ohio, nel laboratorio del piu’ importante ricercatore italiano all’estero, facendomi chiaramente capire che non avevo molta scelta. Nel progetto originale anche il Tecnico doveva venire con me, ma per una lunga serie di motivazioni, alla fine partii sola e lui mi raggiunse dopo qualche tempo. Non c’e’ bisogno di dire che ho vissuto i mesi che mi separavano dalla partenza nel panico piu’ totale, ad immaginare scenari catastrofici e con l’angoscia che mi chiudeva la gola ogni giorno. I primi tempi sono stati effettivamente molto difficili e mi sentivo tanto sola, ma nel giro di due mesi mi ero adattata a questo nuovo paese, dove potevo finalmente fare ricerca seria, vestirmi come volevo senza attirare sguardi critici e arrivare a fine mese senza l’incubo del conto corrente in rosso. Poi il Tecnico mi ha raggiunto e la felicita’ e’ stata completa. Nel giro di una settimana era trasformato: allegro, pieno di idee e di progetti, sorridente e rilassato. Due mesi dopo tornava in Italia pronto a chiudere tutto e tornare negli Usa, dove lo attendeva un contratto da settembre. E io cosa ne pensavo? Avevo investito tutte le mie energie nervose nel resistere per sei mesi, al trasferimento non avevo neppure lontanamente pensato! Ho fatto tanta opposizione, poi ho ceduto, perche’ onestamente non avevo nessuna buona motivazione per restare, se non il cordone ombelicale che mi legava alla mia famiglia. I primi mesi sono stati ancora pesanti, mi mancavano gli amici e il lavoro era tanto impegnativo che mi sembrava di non farcela e soprattutto di non essere all’altezza. Innumerevoli volte ho detto che me ne sarei andata, ma non l’ho fatto e adesso posso dire di esserne felice. Questa esperienza ci ha dato tanto e continua a farlo. Qui siamo diventati piu’ forti e piu’ uniti, qui ho capito che mio marito era l’unica persona che davvero mi era necessaria per essere felice, qui siamo cresciuti nel nostro lavoro piu’ che nei dieci anni passati, qui siamo riusciti per la prima volta a mettere via qualche soldo. L’America ci ha dato finalmente la possibilita’ di sognare un futuro e fare progetti e ad un certo punto, piu’ o meno dopo la prima vancanza in Italia, Columbus e’ diventata “casa”, quella a cui vuoi ritornare dopo un po’ che sei in giro. Siamo partiti con il progetto di restare qualche anno e poi rientrare, ma confesso che non so se riesco ancora a vedermi in Italia. Non credo che saprei piu’ adattarmi alla burocrazia estenuante che fiaccava la vita del laboratorio, agli obblighi famigliari, al peso delle apparenze. Il mio paese e’ diventato come il fidanzatino dei 15 anni che ti ha lasciato malamente e che poi magari torna quando ne hai 20…avresti tanto voluto che restasse, ma poi le cose sono andate diversamente e adesso sei cosi’ cambiata che non potresti piu’ starci bene insieme. Penso comunque che cercheremo di avvicinarci prima o poi, probabilemente in Europa, ma sono certa che se e quando succedera’, mi mancheranno i cieli azzurri sconfinati di Columbus e i prati pieni di lucciole al tramonto.

Lara, Ohio
Ha collaborato con Amiche di Fuso da Febbraio 2014 a Gennaio 2015

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2 pensieri su “Cervelli (ma piu’ che altro corpi) in fuga

  1. Ciao Lara, ho vissuto anch’io a Columbus (Upper Arlington) per 2 anni e ho un paio di amiche che lavorano a OSU in laboratori di ricerca contro i tumori, magari abbiamo conoscenze in comune!

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