Una vacanza che è diventata un espatrio

b9ffc75Mica lo sapevo io che stavo espatriando. All’inizio non la vedevo così: stavamo andando a fare una lunga vacanza negli USA, grazie ad un’opportunità di lavoro di mio marito. Poi, una volta qui, una volta entrata nel mondo social (feisbuk, twitter, blog) ho scoperto che ero una expat. Che parola difficile. Piccolina ma racchiude significati importanti.

Poi mettiamoci anche che siamo partiti a giugno, appena finita la scuola dei figli e quindi l’abbiamo presa inizialmente come una vacanza. E così l’abbiamo anche presentata alle nostre famiglie e agli amici: andiamo in vacanza, poi si vedrà. E così da 3 mesi sono diventati 6. Poi 2 anni. E siamo a 3. E vediamo come va a finire.

L’inizio è stato difficile. Per tutti. Per mio marito che doveva tuffarsi in un nuovo ambiente lavorativo, con nuova lingua e nuove strategie. Per i ragazzi in una scuola organizzata in modo completamente differente da quello a cui erano, ed eravamo, abituati per di più senza praticamente conoscere la lingua. Per me che avevo da seguire alcune pratiche burocratiche rifiutandomi di usare il telefono (ancora adesso è un incubo!) e che comunque temevo sempre di non capire e di essere presa in giro (tipico della mentalità italiana: pensare sempre che qualcuno approfitti della tua debolezza e ti raggiri), poi dovevo aiutare i ragazzi a scuola e con i compiti a casa, e dovevo fare i conti con quella che qui chiamano homesickness.

E poi l’inverno che qui non perdona e ti costringe a chiuderti in casa e a mettere il naso fuori il meno possibile. I primi 6 mesi li abbiamo passati in un albergo… eppure riuscivo ad essere felice! Come potevo essere felice? Be’, perché stava succedendo quello che tanto ho sognato! Se ritorno indietro con la memoria, arrivo credo intorno agli 8 anni. Ho ancora fissa quell’immagine nella mia mente: io tornavo da scuola, come sempre a piedi, e stavo attraversando il “pratone” che separava casa mia dalla strada. Da lontano vedo venirmi incontro quel bellissimo uomo alto, magro con una dolcevita bianca e i pantaloni marroni. E io gli corro incontro a braccia aperte. Era il mio papà che tornava da uno dei suoi tanti viaggi in USA e io che tanto sognavo di andarci con lui un giorno. Quella volta mi aveva portato il mio primo guantone(ino) da baseball! Che figo! Aveva anche il mio nome scritto sopra. Profumava di pelle e lo adoravo. E sognavo di andarci in quella terra in cui si trovavano tante cose fighe! Ma soprattutto sognavo di poter un giorno parlare l’inglese bene come lo parlava lui. E sapevo che l’unico modo per parlarlo così bene era andandoci. E ho cominciato a sognarlo. Ricordo che tornando a casa da scuola, sempre a piedi e tendenzialmente da sola, fingevo di fare lunghe riunioni di lavoro e parlavo inglese… fingevo di parlare inglese!

Con quello che ora è mio marito abbiamo fatto alcuni viaggi di piacere negli USA. Entrambi covavamo lo stesso sogno. Un paio di volte, forse 3, siamo stati in procinto di realizzarlo ma è sfumato tutte le volte. Ma ogni volta ci avvicinavamo un po’ di più. Ogni volta sembrava più vero della volta prima.

E forse per questo, quando poi si è avverato, l’abbiamo presa solo come una vacanza: avevamo paura di star male come le altre volte. E avevamo paura che credendoci troppo l’avremmo spinto via, il nostro sogno.

Ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo superato il primo, il secondo e anche il terzo inverno. Con tanti sforzi e tanti pianti. Ma anche con grandi risate e TANTA TANTA soddisfazione. E soprattutto INSIEME.

Ed è per questo che non tollero quelli che mi dicono “Ah, beati voi che ve ne siete andati quando qui si fatica a tirare avanti“. Non sopporto chi pensa che la nostra sia stata una fuga. Non sopporto chi dice che non ce ne siamo andati. E non sopporto chi pensa che vivere all’estero sia facile. Per vivere qui abbiamo dovuto rinunciare all’affetto delle nostre famiglie e dei nostri amici. Abbiamo dovuto lasciare la sicurezza della nostra casa, del lavoro, della nostra lingua, delle cose note. Per ricominciare completamente da capo tutto. E’ un po’ un ricrearsi: ricreare nuove relazioni, farsi conoscere nella società, ricrearsi una storia creditizia per poter avere una carta di credito, imparare una nuova lingua e una cultura completamente diversa dalla nostra. Quando arrivi in un paese straniero sei NESSUNO, non esisti finché non fai qualcosa per tornare ad essere una persona. E allora ti inventi qualcosa: fai volontariato a scuola, inviti gente a cena… e ci vuole tanto tempo per ricrearsi. E quando ti capita di essere al supermercato e di incontrare qualcuno che conosci, ti sembra quasi un sogno!

Provate anche voi prima di dire che è più facile scappare all’estero che restare in Italia. Poi ne riparliamo!

Ora, solo ora, capisco perché qualcuno mi diceva che sono coraggiosa.

 

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