Espatriare è sempre una scelta

Le storie di espatrio si assomigliano, ma ognuna è differente. Diversi sono i luoghi e i protagonisti, diverse le motivazioni, diversi sono i sentimenti e le difficoltà, diversa è la capacità di adattarsi e inserirsi in un contesto del tutto nuovo. C’è chi si sente a casa immediatamente e chi ci impiega più tempo, chi vive di ricordi e chi affronta tutto con ottimismo. C’è chi si sentirà per sempre un estraneo e chi invece prenderà una seconda cittadinanza. C’è chi coglie una grande opportunità e chi l’unica.
Quando si torna in patria spesso ci si sente dire “bhè tu in fondo…hai scelto di andartene”. E’ proprio della dimensione della scelta che voglio parlare.
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Io e mio marito siamo due laureati in filosofia, abbiamo – forse – commesso l’ “errore” di studiare quello che più ci piaceva e interessava nonostante sapessimo che ci avrebbe garantito un futuro di incertezze. Lui poi ha continuato gli studi conseguendo il dottorato, io invece dopo cinque anni ho chiuso quel capitolo e, spinta dalla passione per l’insegnamento e i bambini, ho preso un’altra laurea, stavolta in pedagogia.
 
Facciamo un passo indietro. Quando, appena laureata, decisi di trasferirmi a Berlino, ero sola e ho scelto di andarmene. Ho scelto di abbandonare una città dove non mi sentivo a mio agio, un certo tipo di italianità e tutte le cose che non mi andavano bene. Ma soprattutto ho scelto di fare un’esperienza, imparare una lingua, trovare un lavoro, costruire una nuova vita da zero, intessere nuove relazioni sociali, crescere e sfidare i miei limiti di ragazza insicura e introversa. Ho scelto una città che già amavo perché avevo imparato a conoscerla per periodi piu o meno lunghi; ho scelto un popolo e uno Stato che più si avvicinavano alle mie esigenze. Ho scelto di migliorare la qualità della mia vita. Ho scelto e sono sempre stata orgogliosa di averlo fatto, è e rimarrà la decisione più bella, audace e importante della mia vita. 
Una scelta consapevole, così voluta e desiderata che mai ha lasciato spazio alla nostalgia, ai rimpianti, alla tristezza o a tutta quella serie di sentimenti che prima o poi un espatriato prova. Berlino è stata la mia casa dal primo istante, da quel 4 aprile 2010, e sarà per sempre la mia città nel mondo, il mio luogo felice. Sarà per sempre uno stato d’animo: la serenità in tutta la sua semplicità. E no, non c’è Italia che tenga. Perché gli affetti, quelli importanti, sono lì – è vero, ma quando le ore di aereo per raggiungerli non sono neanche due, la mancanza è attenuata dalle visite più frequenti.
 
Mio marito (che all’epoca era “solo” un compagno) mi raggiunse dopo qualche mese, perchè grazie alla sua borsa di dottorato italiana poteva muoversi in libertà. I quasi tre anni trascorsi nella capitale tedesca sono stati abbastanza spensierati ma soprattutto confortevoli; entrambi lavoravamo e potevamo toglierci tanti sfizi e fare tanti viaggi senza preoccupazioni.  Lui aveva scelto di raggiungermi, io avevo scelto una città che amavo anche a discapito di un lavoro non proprio gratificante, in attesa di concludere un secondo percorso che mi avrebbe sicuramente agevolato nel trovare un impiego più confacente alle mie aspettative.
 
Poi i giochi sono finiti, o meglio la borsa di dottorato è terminata. E lo sapevamo che sarebbe arrivato quel momento, lo sapevamo ed eravamo pronti ad andarcene ovunque ci fosse stata una seppur minima possibilità che avrebbe permesso che la passione di mio marito potesse concretizzarsi in una professione. Eravamo davvero pronti? No, pensavamo soltanto di esserlo perché il passaggio da Roma a Berlino era stato così maledettamente semplice.
Non si trattava più allora di scegliere un’opzione migliore, si trattava di accettare che quel lavoro, così lontano, in una Nazione per la quale non avevamo mai nutrito alcuna stima, al momento era l’unica opzione possibile.
Chi non conosce il mondo accademico – perché non ci è dentro – intendo il mondo accademico umanistico, non sa che tipo di crisi sta attraversando (sì,anche negli Stati Uniti), e come il sistema sia chiuso in Europa, come sia difficile far carriera quando vuoi insegnare e far ricerca in ambito filosofico. L’America è lontana, tanto lontana, non si va in America se l’opportunità lavorativa non è davvero valida. Il nostro espatrio è diverso: per noi Seattle ha significato dover rinunciare a quei piccoli privilegi conquistati negli anni precedenti…privilegi però che sapevamo essere temporanei. No, non sarò mai una moglie expat di un uomo che potrà garantirmi una certa stabilità economica, spensieratezza e agiatezza, almeno finché saremo qui, almeno non per i prossimi anni. Dovrò sempre rimboccarmi le maniche, dovrò sempre lavorare (finché le leggi americane lo permetteranno) e accettare la nostra instabilità, che non significa non sapere dove (a quello ormai sono abituati la maggioranza degli expat) ma non sapere se di anno in anno ci sarà un lavoro per noi.
Nonostante questo, abbiamo scelto? Sì. L’espatrio è sempre una scelta consapevole. E’ una scelta coraggiosa, è la scelta di buttarsi anche quando le condizioni fanno paura, quando pensi che non ce la farai, quando pensi che in fondo non vale la pena. Le donne expat non sono solo quelle che seguono mariti con una carriera sfavillante ai confini del mondo (e credetemi, non è affatto facile neanche per loro), solo che delle altre non si parla mai. Così come si parla ancora meno di quelle che espatriano da sole. 
Potevamo rifiutare questa occasione? Sì, certo, potevamo dire di no e aspettare. Questi giorni sono in Italia e vedo immobilità, vorrei scuotere le persone e chiedere: tu cosa aspetti? cosa stai aspettando? Muoviti! Cosa avremmo aspettato?
 
Avevamo un’altra opzione? Certo. Quella di rinunciare ai nostri sogni, alle nostre passioni, agli anni di studio e…cambiare vita. Cercare un impiego qualunque che ci avrebbe, forse, garantito più stabilità (no, chiaramente non in Italia, ma in qualsiasi altro Stato europeo magari). C’è tempo per prendere questa decisione? Sì, ancora tanto, siamo giovani.
 
Ora viviamo nell’incertezza di non sapere come, di non sapere dove. Navighiamo a vista e non facciamo progetti che superino l’anno. Metto in discussione la mia scelta? La sua? La nostra? Certamente. Costantemente. Ogni giorno.
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Ogni giorno amo e odio Seattle, ma so di aver scelto: da quando misi piede in quella facoltà di “filosofi”, a quando ne scelsi uno come compagno di vita.
Finché ci sarà una minima possibilità e avremo il coraggio di coglierla (stavolta quel coraggio c’è stato, la prossima chissà) cercheremo di farlo. Ma quello che è certo è che ogni volta sarà sempre una, seppur difficilissima, consapevole scelta.
Valeria, Washington
Ha collaborato con Amiche di Fuso da Febbraio 2014 a Novembre 2014
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2 pensieri su “Espatriare è sempre una scelta

  1. Amo le persone piene di coraggio, che mettono in discussione le proprie scelte, ma che continuerebbero ad inseguirle per passione. Mi ritrovo tantissimo nelle tue parole e capisco a fondo ciò che vuoi dire. Il mondo umanistico, che sia filosofia o lettere, è ormai sopravvalutato e ammiro chiunque abbia scelto un percorso simile al tuo.
    Spero che tu non ti arrenda mai, spero anche che i tuoi figli apprendano da te tutti i sacrifici (e perché no, anche le piccole gioie) che le passioni comportano!

    Don’t give up and stay strong! 😀

    Mi piace

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